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Quando il Complottista anticipa il futuro ed il Fact-checker inciampa nel presente

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C’è un curioso fenomeno che attraversa la modernità: più un’idea viene bollata come “complottista”, più è probabile che, dopo qualche anno, diventi una notizia da prima pagina. Una sorta di nemesi informativa in cui il “pazzo di Telegram” anticipa il notiziario delle otto. Non è sempre così, certo — ma abbastanza spesso da far sorgere un dubbio: chi controlla i controllori dell’informazione?

Negli anni, abbiamo assistito a una parata di “bufale” che, magicamente, si sono trasformate in verità con il passare del tempo. Chi osava dire che i social spiavano gli utenti? Complottista. Poi arrivò Cambridge Analytica. Chi suggeriva che le aziende farmaceutiche potessero avere un eccesso di zelo nel promuovere i loro prodotti? Disinformazione! Poi arrivarono le multe miliardarie per pubblicità ingannevole.
E così via, in un carosello di “non è vero” che diventa “beh, in effetti…” con una rapidità degna di un ribaltone parlamentare.

Sul fronte opposto, i fact-checker — i nuovi sacerdoti della verità digitale — si ergono a difesa del cittadino confuso. Armati di link, grafici e un tono vagamente paternalistico, scandagliano il web alla ricerca di eresie informative. “Falso”, “parzialmente falso”, “fuorviante”: etichette che ormai sembrano bollini di qualità più che sentenze. Peccato che anche loro, talvolta, sbaglino previsioni come un meteorologo in agosto.

Il problema è che, nella guerra dell’informazione, entrambi i fronti sembrano aver perso di vista il buon senso. I complottisti, certi di decifrare ogni mossa occulta, trovano cospirazioni persino nei biscotti con la sorpresa; i fact-checker, convinti di essere i custodi della ragione, finiscono per difendere narrazioni che, qualche mese dopo, vengono smentite dagli stessi organi ufficiali che citavano come fonti infallibili.
È come assistere a un duello tra un astrologo e un notaio: uno predice, l’altro certifica — ma entrambi, ogni tanto, toppano clamorosamente.

La verità, in fondo, non abita né nei canali criptici né nelle redazioni patinate: vive in mezzo, nel territorio incerto del dubbio. Il problema è che oggi dubitare è sospetto. Se chiedi prove, sei “negazionista”; se accetti tutto, sei “ben informato”. E così si forma un pubblico spaccato tra chi crede a tutto e chi non crede più a niente.

Forse la lezione è semplice: invece di ridere dei complottisti o inginocchiarsi davanti ai fact-checker, bisognerebbe tornare a leggere, ragionare e, ogni tanto, ammettere di non sapere.
Perché, paradossalmente, in un mondo dove tutti vogliono avere ragione, l’unica vera rivoluzione è riconoscere di poter anche sbagliare.

E magari, la prossima volta che un “complottista” prevede qualcosa di assurdo, invece di deriderlo o censurarlo, potremmo limitarci a dire: “Interessante. Vediamo come va a finire.”
Tanto, ormai, la storia ha il vizio di dare torto un po’ a tutti. Val. In.

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