«L’ho già perdonato». Isabella Marsilio, docente di Lettere di 66 anni, non prova nessun risentimento per il 13enne che ieri le si è scagliato contro, ferendola tre volte con un coltello dalla lama di 20 centimetri. Quando si è presentato nell’aula della scuola media Giovanni Verga, a Centocelle, indossava un casco con attaccato un telefono, le ha spruzzato lo spray urticante contro e poi ha scagliato i fendenti. I suoi occhi, racconta l’insegnante, erano «gelidi, senz’anima. Di qualcuno che aveva pianificato l’azione. Ma non ha mai detto una parola, né prima, né dopo». A interrompere l’ira del ragazzino è stato un suo compagno di classe, uno studente del Congo che lo ha fermato e trattenuto, come raccontano gli altri alunni. Il piano, però, potrebbe essere stato preparato con cura. Nella notte, sul suo profilo TikTok, era comparsa un’immagine nera con la scritta «-5 hours», meno cinque ore. Un conto alla rovescia verso l’aggressione. Per i compagni di scuola l’atto sarebbe stato un tentativo di emulazione. Tra i video ripubblicati dal tredicenne sul proprio account, alcuni fanno riferimento a Adam Peter Lanza, il ventenne americano che il 14 dicembre 2012 uccise la madre e poi ventisei persone, venti erano bambini, nella strage alla scuola elementare di Sandy Hook, in Connecticut.
Pochi minuti dopo l’aggressione è partita la chiamata al 112, intorno alle 9.30. Il personale del 118 ha trasportato la vittima in codice giallo al Pronto soccorso dell’ospedale Vannini. «Mamma era scossa, ma è una donna tenace. Non si fa scoraggiare da questo episodio», racconta il figlio, Stefano Tersigni, all’ingresso del nosocomio. Ma non nasconde le proprie perplessità: «Come è possibile che si entri in una scuola con un casco, il coltello e lo spray al peperoncino? È andata bene perché è intervenuta la mano del signore, ma c’è un tema di sicurezza nelle scuole che va affrontato seriamente». Insieme a lui, anche il marito di Isabella Marsilio, Pino Tersigni: «Mia moglie sarebbe andata in pensione tra un anno, piangeva da mesi perché non voleva lasciare la scuola. Per lei l’insegnamento è una missione. Certo, il ragazzo era difficile, ma mai avremmo pensato a una situazione simile».La professoressa, uscita dall’ospedale nel primo pomeriggio di ieri, ha ricevuto una prognosi di quindici giorni. A scuola sono arrivati i carabinieri della stazione di Centocelle che hanno portato il giovane in caserma e avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica dei fatti. Il ragazzo è stato poi ricoverato in ospedale per verificare eventuali disturbi psicologici.
Tra le ipotesi sul movente c’è l’andamento scolastico del tredicenne. Proprio ieri avrebbe dovuto superare un compito in classe per recuperare il debito in storia. Le armi, invece, sarebbero state acquistate online, in un sito web che vende attrezzatura da softair. Il cellulare è stato sequestrato e ora gli investigatori vogliono approfondire i dettagli di quelle chat e gruppi Telegram usati dal ragazzino e su cui sarebbe stata avviata la videochiamata. Per il Garante dell’Infanzia e Adolescenza di Roma Capitale, Iside Castagnola, è «necessario introdurre l’educazione alle relazioni come antidoto a rabbia e odio che molti studenti non sanno gestire. Bisogna lavorare con esperti e psicologi sul dialogo come risoluzione dei conflitti». Ancora affaticata dalle ferite Isabella Marsilio non ha dubbi e manifesta la disponibilità a un confronto con il ragazzo: «Sarei disposta a incontrarlo, per farmi spiegare tutto quest’odio, da cosa deriva tutta questa rabbia nei miei confronti».
Fonte: IlTempo – Gabriel Bernard – 19 Settembre 2026
COMMENTO
Il perdono non può diventare un riflesso automatico, soprattutto quando a essere colpita è un’insegnante e l’aggressione è di una gravità estrema.
Comprendere l’età di chi ha commesso il gesto non significa cancellarne la responsabilità educativa e morale.
Un ragazzo può essere aiutato, recuperato, accompagnato: ma prima deve comprendere la gravità di ciò che ha fatto.
Il pentimento, le scuse e la richiesta di perdono non sono dettagli formali: sono passaggi fondamentali di un percorso di consapevolezza.
Educare significa anche stabilire limiti chiari e spiegare che ogni azione ha conseguenze.
Se invece il perdono viene concesso a prescindere, si rischia di trasmettere un messaggio ambiguo: che persino la violenza più grave possa essere assorbita senza una reale assunzione di responsabilità.
La misericordia non deve mai essere confusa con l’assenza di conseguenze.
Anche proteggere le vittime e tutelare la comunità scolastica è un dovere educativo.
Il ragazzo va recuperato, certo, ma senza trasformare il recupero in una scorciatoia per evitare il confronto con ciò che è accaduto.
Perdonare può essere un traguardo: non dovrebbe essere l’alibi per saltare il percorso che conduce al pentimento. Val. In.
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Lo si dovrebbe rieducare a calci nel cu*o
… e forse NON basterebbe come soluzione.