MasterChef, quando la cucina diventa un addestramento militare - Italiador
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MasterChef, quando la cucina diventa un addestramento militare

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C’è un momento, guardando MasterChef Italia, in cui viene spontaneo chiedersi se siamo ancora davanti ad una gara di cucina o se, piuttosto, siamo finiti dentro una sorta di caserma televisiva.

Quello che un tempo poteva essere un programma dedicato alla cucina, alla passione ed alla competizione culinaria, sembra avere progressivamente cambiato pelle. I giudici, che dovrebbero essere prima di tutto professionisti della cucina, appaiono sempre più calati nel ruolo di protagonisti dello spettacolo, quasi fossero degli showmen a caccia della battuta, della smorfia, della frase a effetto.

E poi ci sono loro, i concorrenti. Persone che, a nostro avviso, sembrano talvolta più disperatamente alla ricerca di un momento di gloria televisiva che realmente interessate a dimostrare le proprie capacità ai fornelli.

Il rituale è ormai consolidato. Basta una voce dall’alto e parte, quasi militarmente, il grido: «Sì, Chef!».

Una formula che, per certi versi, ricorda terribilmente quella dei soldati dei Marines americani quando rispondono ai loro istruttori, i Drill Sergeant. Là, però, siamo in un contesto di addestramento militare, dove l’obiettivo dichiarato è spingere le reclute oltre i propri limiti fisici e psicologici. Qui, invece, stiamo parlando di cucina.

Eppure l’atmosfera sembra essere sempre più quella.

Il concorrente deve obbedire, tremare, rispettare, dimostrare di essere all’altezza. Il giudice osserva, incalza, bacchetta, giudica e, quando serve, mette in scena la propria autorità televisiva. Il tutto condito da espressioni severe, silenzi drammatici e atteggiamenti che sembrano voler trasformare una padella in una prova di sopravvivenza.

Ma davvero è necessario?

MasterChef non dovrebbe essere una gara tra persone appassionate di cucina? Non dovrebbe prevalere il talento, la tecnica, la creatività, la capacità di trasformare degli ingredienti in un piatto? Perché questa continua necessità di costruire una gerarchia, nella quale da una parte ci sono i concorrenti intimoriti e dall’altra quattro giudici che sembrano, ormai, essersi convinti di essere diventati delle divinità dello spettacolo?

Forse sarebbe il caso di ridimensionare un po’ tutto.

Meno teatro. Meno tronfiaggine. Meno atteggiamenti da divinità televisive. Più cucina.

Perché alla fine, al netto delle telecamere, delle urla, dei montaggi e delle sceneggiate, la vera domanda dovrebbe essere una sola: che cosa c’è nel piatto?

E allora, con tutto il rispetto per il dubbio successo del programma e per chi vi lavora, ci permettiamo di dirlo con una certa franchezza: abbiate il coraggio di essere meno tronfi e più umili. Tornate a fare quello che dovreste saper fare. Tornate in cucina. Val. In.

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