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Le Farmacie di oggi: tra pillole e pasta, il confine sfocato con i supermercati

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Un tempo presidio di salute e punto di riferimento per chi aveva bisogno di cure, oggi molte farmacie stanno progressivamente mutando pelle. Scaffali una volta dedicati esclusivamente a medicinali da banco e prescrizioni mediche lasciano spazio a cosmetici, integratori, occhiali da sole, prodotti per animali, alimenti dietetici, articoli per il fitness e, in certi casi, persino generi alimentari. Le farmacie stanno diventando, sempre più, mini-market della salute — o, per alcuni, supermercati mascherati.

Questa trasformazione non è frutto del caso. Da almeno due decenni, le farmacie hanno iniziato ad ampliare la loro offerta commerciale, spinte da logiche di mercato e dalla necessità di differenziare le fonti di guadagno e guadagnare sempre più. Con la crescente concorrenza, la liberalizzazione parziale del settore e l’arrivo delle parafarmacie e dell’e-commerce, molti farmacisti hanno voluto reinventare il proprio modello di business. Il risultato? Un progressivo allargamento del concetto stesso di “salute”, fino a comprendere tutto ciò che può far star meglio — fisicamente, esteticamente o psicologicamente.

Si è iniziato con gli integratori e i prodotti omeopatici, spesso venduti a caro prezzo ma dalla dubbia efficacia scientifica. Poi sono arrivati i farmaci veterinari, gli spazi per la cura degli animali domestici, e una vasta gamma di articoli per la cura della persona. Oggi si trovano interi scaffali dedicati alla pasta senza glutine, alle barrette proteiche, agli snack biologici, alle acque “funzionali”, e non è raro vedere promozioni su creme antirughe o pacchetti detox accanto agli antibiotici.

Questa evoluzione solleva più di una perplessità. Da un lato, i farmacisti si difendono parlando di “servizi alla persona” e di “salute a 360 gradi”. Dall’altro, cresce il sospetto che a guidare questa corsa all’accumulo sia più l’ingordigia del profitto che la missione sanitaria. L’attenzione al benessere si trasforma così in un business per pochi, dove ciò che conta è il margine di guadagno più che la reale utilità dei prodotti.

Il rischio, concreto, è che si perda ulteriormente la fiducia nella figura del farmacista come professionista sanitario. Quando il consiglio per un farmaco da banco è seguito dall’invito ad acquistare anche una crema rassodante o un alimento “funzionale”, il confine tra cura e commercio si assottiglia pericolosamente. E mentre le vetrine si riempiono di prodotti non essenziali, resta il dubbio: siamo davvero davanti a un’evoluzione della farmacia, o stiamo assistendo alla sua lenta trasformazione in un supermercato di lusso travestito da presidio sanitario?

In tempi in cui la sanità pubblica arranca e la fiducia nei professionisti è un bene sempre più prezioso, forse sarebbe il caso di tornare a chiedersi: che cosa deve davvero essere una farmacia? Un luogo di cura, o un centro commerciale della salute?

Val. In.

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