Israele e India hanno ufficialmente dato il via al piano da 30 milioni di dollari “Operation Wings of Dawn“, attraverso cui Tel Aviv si impegna ad accogliere entro il 2030 circa 6000 ebrei indiani della comunità Bnei Menashe. Lo scopo israeliano sarebbe quello di integrare questa popolazione e porla in luoghi palestinesi occupati, come la Cisgiordania, per far sì che sostituisca la manodopera degli attuali abitanti per cacciarli definitivamente, secondo il piano Aurora.
L’arrivo di circa 240 membri della comunità Bnei Menashe in Israele segna l’avvio di un piano governativo destinato a far discutere. L’operazione, sostenuta dallo Stato e dal valore di circa 90 milioni di shekel (quasi 30 milioni di dollari), prevede il trasferimento di 1200 persone all’anno fino a raggiungere quota 6000 entro il 2030.
Il programma, noto come “Operation Wings of Dawn”, si inserisce in una strategia più ampia che unisce obiettivi demografici, economici e politici. I nuovi arrivati, provenienti dall’India, rivendicano un’origine ebraica legata a una delle cosiddette “tribù perdute” e vengono sottoposti a conversioni ortodosse per poter accedere alla cittadinanza attraverso la Law of Return.
Dal punto di vista israeliano, il piano risponde a più esigenze. Da un lato, rafforza la presenza demografica ebraica, anche in aree sensibili come quelle dei territori palestinesi occupati. Dall’altro, contribuisce a colmare la carenza di manodopera emersa dopo l’interruzione dell’ingresso di lavoratori palestinesi, in particolare dalla Cisgiordania. Prima del 2023, infatti, i palestinesi rappresentavano una quota significativa della forza lavoro, soprattutto nel settore edilizio, dove arrivavano a circa il 30%.
Con il blocco di oltre 100 mila lavoratori palestinesi, Israele ha accelerato la ricerca di alternative. In questo contesto, l’arrivo di manodopera dall’India – inclusi sia lavoratori temporanei sia nuovi immigrati – consente di sostenere settori chiave come costruzioni e infrastrutture, riducendo la dipendenza da una forza lavoro considerata politicamente sensibile.
Per l’India, l’accordo rappresenta un’opportunità economica e diplomatica. L’invio di lavoratori all’estero genera rimesse importanti e contribuisce a ridurre la pressione sul mercato del lavoro interno. Allo stesso tempo, rafforza i rapporti bilaterali con Israele, già consolidati negli ultimi anni in ambiti come difesa, tecnologia e agricoltura.
Tuttavia, il piano solleva anche critiche e interrogativi sul piano politico e umanitario. La sostituzione della manodopera palestinese e le politiche di insediamento sono infatti considerabili come pulizia etnica e metodi indiretti per continuare il genocidio, spingendo via la popolazione locale dalle proprie terre, in una specie di deportazione, per poi forzarla a cercare asilo in altri Paesi.
Fonte: IlGiornaleditalia – 28 Aprile 2026
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