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Care femministe, care compagne: siete sicure che questa sia uguaglianza?

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Uguaglianza uomini donne

C’è una domanda scomoda che vorrei porvi, senza sarcasmo ma senza indulgenza: siete sicure che la strada imboccata stia portando all’uguaglianza, o sta solo alimentando un nuovo conflitto permanente?

Molte di voi vengono da una tradizione politica che ha sempre denunciato i meccanismi del potere: il capitalismo che divide i lavoratori, le élite che frammentano il fronte sociale, le narrazioni che creano nemici per distrarre dai problemi strutturali. Eppure oggi una parte del discorso progressista sembra aver accettato – e talvolta promosso – una divisione netta e identitaria tra uomini e donne. Non è una contraddizione?

Il femminismo ha avuto una funzione storica fondamentale: denunciare discriminazioni reali, squilibri economici, violenze, esclusioni. Ma quando la critica al sistema si trasforma in una narrazione costante in cui il maschile diventa categoria sospetta, il rischio è evidente. Si passa dall’analisi del potere alla costruzione di un antagonismo permanente.

E l’antagonismo permanente è terreno fertile per la politica peggiore.

Se ogni problema viene letto esclusivamente come conflitto di genere, si perde di vista il quadro più ampio: precarietà, concentrazione della ricchezza, crisi dei servizi pubblici, impoverimento culturale. Problemi che colpiscono uomini e donne insieme. Ma una società impegnata a combattersi al proprio interno è meno capace di fare fronte comune.

C’è poi un altro nodo che merita onestà intellettuale. Esiste un disagio maschile crescente – nei dati su suicidi, abbandono scolastico, isolamento sociale. Liquidarlo come “reazione patriarcale” non è analisi politica: è semplificazione ideologica. E la semplificazione è sempre un regalo a chi vuole mantenere lo scontro acceso.

La sinistra storica parlava di solidarietà. Oggi troppo spesso parla di identità contrapposte. Il femminismo parlava di emancipazione condivisa. Oggi una parte del dibattito sembra scivolare verso una logica di rivalsa simbolica. Ma la rivalsa non è giustizia. È solo un ribaltamento.

La vera uguaglianza non può consistere nel sostituire un dominio con un altro, né nel mantenere vivo un clima di sospetto reciproco. Se l’obiettivo è una società più equa, allora la domanda dovrebbe essere: come si costruisce un equilibrio nuovo senza trasformare metà della popolazione in controparte politica permanente?

È una provocazione, sì. Ma è anche un invito alla coerenza. Se credete davvero nella giustizia sociale, allora la sfida non è vincere una guerra culturale. È evitare che la guerra diventi il linguaggio normale della convivenza.

Perché quando il conflitto identitario diventa struttura, chi perde non sono gli uomini. Non sono le donne. Perde la possibilità stessa di un progetto comune.

E senza progetto comune, non c’è emancipazione che tenga. Val. In.

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