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Si risvegliano i fedeli del Beato Draghi: lui parla, loro sognano il “pareggio” e l’inciucio tecnico

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Il sapore del vento alto lo conosce solo il drago, dice un vecchio proverbio cinese: il vento lo conosce solo il Draghi, potremmo declinarlo noi in Italia, il Paese del riposizionamento, delle correnti che spostano equilibri, del soffio affilato dell’inciucio. A un anno dalle elezioni Politiche, basta un intervento pubblico di Mario Draghi ad Aquisgrana per scatenare le fantasie politiche degli orfani dei governi tecnici, i centristi di sinistra, che albergano nel Pd, in Azione e in Italia Viva ma anche nelle banche, nella burocrazia, nelle lobby varie.

Il ritorno di Draghi e l’entusiasmo dei “pareggisti”
L’esercito dell’agenda Draghi scalpita: è quello che all’indomani della sua caduta credeva di poter costruire un progetto di governo dell’Italia sulle formule e gli algoritmi messi giù a tavolino, anzi, sulle scrivanie dei Palazzi, senza tenere conto che in strada, nei supermercati, a far la fila alle Poste e alle banche, c’era la gente, più che le agende. E fu così che venne la Meloni e asfaltò tutto, rispedendo il partito dell’inciucio tecnico, del pareggio provvidenziale, del “draghismo” di ritorno, nelle segreterie dei singoli partiti costretti ad arrabbattarsi all’opposizione per provare a passare dalle urla parlamentari a un progetto di governo da proporre nel 2027. E fu così, che oggi, dopo l’apparizione del Beato Draghi a un convegno, per molti l’agenda è diventata “rapporto” e al centro c’è sempre super Mario, la Provvidenza da opporre all’incubo di alleanze con i grillini, i Fratoianni, i Magi e le Picierne. A proposito, una delle prime a salutare, oggi, il ritorno di Draghi, dopo il suo discorso ad Aquisgrana – dove ha ricevuto il premio “Carlo Magno” – è stata proprio lei, l’esule del Pd, la Pina nel fianco di Elly Schlein, alla quale, a quanto pare, brillavano gli occhiali davanti allo schermo del suo ufficio di Bruxelles dove siede come vicepresidente del Parlamento europeo. Ma non è la sola.

Dal Pd, da Azione, da Più Europa, da Iv e dai giornali a vocazione “centrista” e sempre un po’ in ostaggio dei poteri storti, più che forti, è arrivata una vera e propria standing ovation. La speranza comune dei neo-draghiani è che alle urne, nella prossima primavera, si consumi un bel pareggione, si realizzi una magnifica ingovernabilità old style, si costruisca una via d’uscita tecnica e si chieda a Mario Draghi un altro “sacrificio”, in nome delle guerre, delle paci, dell’Europa che ce lo chiede e dei nostalgici delle ere montiane. Magari sabotando la nuova legge elettorale che garantirebbe la vittoria di uno dei due fronti politici.

Il discorso (giusto) di super Mario ad Aquisgrana
Ma cosa ha detto Marione per suscitare tali entusiasmi. Beh, cose intelligenti, ovviamente, tipo che la Ue non può più contare sugli Stati Uniti per sicurezza e decisioni strategiche globali, mentre la Cina non può diventare un’alternativa senza rischi di dipendenza, tipo che l’Europa ha aperto i mercati esterni ma ha lasciato incompiuti quelli interni, tipo chje l’IA sarà decisiva per il futuro economico e che l’Europa è troppo indietro rispetto a Usa e Cina, per non parlare delle necessità strategiche europee che sono salite a circa 1.200 miliardi di Euro l’anno, soprattutto dopo la guerra in Ucraina e per finire con un appello a cercare un fronte più unito e capace di agire rapidamente, superando veti e lentezze burocratiche. “Il cambio di atteggiamento degli Usa può diventare un’opportunità per rendere l’Europa più autonoma e forte”. Ah, se l’avesse detto la Meloni… Ah, no, l’ha detto.

I Sensi e i Magi pronti a fare inciucio comune
“Il discorso di Draghi ad Aquisgrana non si limita a indicare sfide e insidie davanti all’Europa, ma a indicare una strada e l’urgenza di prenderla. Su economia. Difesa. Innovazione. Con pragmatismo. Un manifesto politico per chi lo saprà e vorrà cogliere”, esulta il senatore Pd, Filippo Sensi, ex renziano draghiano, ma è un caso, eh. “Ha dimostrato coerenza, risolutezza, competenza. L’Europa e l’Italia hanno molto bisogno della sua leadership illuminata”, sentenzia la Picierno. “Il ‘Rapporto Draghi’ sulla competitività europea e sulle politiche di sicurezza e difesa dovrebbe essere la piattaforma programmatica per una coalizione elettorale riformista ed europeista”, afferma  Osvaldo Napoli, della Segreteria nazionale di Azione, che lancia l’esca: “Al di là delle chiacchiere in cui destra e sinistra primeggiano  ci sono forze politiche pronte a riconoscersi nel programma di Draghi?’”. E ancora, dal Pd: “I leader dei governi europei ascoltino l’appello di Draghi: siamo soli e insieme, ora, occorre un passo in piu”, esulta l’ex agendista Nicola Zingaretti: “L’Europa si svegli, i leader abbiano più coraggio”, si lancia in un moto di indignazione il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, responsabile esteri del partito. “La via è indicata, sta a noi seguirla”. In nome del Signore, anzi, del signor Draghi.

Fonte: Secoloditalia – Luca Maurelli – 14 Maggio 2026

COMMENTO
L’Italia ha conosciuto, nel corso della sua storia repubblicana, governi tecnici che hanno guidato il Paese in momenti di crisi. Ciampi, Dini, Monti, Draghi: nomi che evocano forse competenza, ma anche un problema di legittimità democratica. Questi governi non sono espressione diretta del voto popolare: i loro membri ed il premier stesso, non sono stati eletti, eppure hanno assunto il comando delle sorti nazionali. In un sistema democratico, il popolo dovrebbe essere l’unico sovrano, e ogni incarico esecutivo dovrebbe derivare dal consenso degli elettori.
La Costituzione, con la sua sacralità, non contempla esplicitamente questa figura: eppure, nella pratica, il Paese è stato affidato più volte a “esperti” scelti dall’alto. Parallelamente, il Presidente della Repubblica appare sempre più come un doppione del Presidente del Consiglio, una figura superflua che accumula potere senza essere sottoposta al giudizio diretto del popolo. Se davvero vogliamo difendere la sovranità popolare, sia il governo che il Quirinale dovrebbero essere scelti attraverso elezioni dirette.
Basta con nomine imposte dall’élite politica o dai tecnocrati; è il momento che i cittadini ritrovino voce e responsabilità nel governo del Paese. La sfiducia verso ministri e premier “tecnici” cresce, e non senza ragione: la loro indipendenza appare discutibile, spesso vincolata a poteri esterni più che agli interessi nazionali. Un Paese democratico non può tollerare decisioni cruciali prese da chi non ha ricevuto un mandato chiaro dagli italiani. La Costituzione deve tornare a essere la garanzia della volontà popolare, non un alibi per governi di nomina dall’alto. È tempo di dire basta alle figure di dubbia legittimità, e di restituire ai cittadini il pieno diritto di scegliere chi deve guidare l’Italia. La democrazia non può essere delegata a tecnici di passaggio: deve essere esercitata ogni giorno dal popolo sovrano. Val. In.

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