Sparatorie, pestaggi, omicidi a sangue freddo. La violenza è diventata protagonista indiscussa di film e serie TV di successo, da Breaking Bad a Squid Game, da The Punisher a Gomorra. Ma cosa accade quando la brutalità raccontata sullo schermo esce dai confini della finzione e inizia a riflettersi nella realtà quotidiana?
Secondo numerosi studi internazionali, esiste una correlazione tra l’esposizione prolungata a contenuti violenti ed un aumento dell’aggressività, soprattutto nei più giovani. La visione continua di scene crude, spesso caricate di tensione ed adrenalina, può ridurre la sensibilità emotiva dello spettatore e renderlo più tollerante verso comportamenti violenti. In alcuni casi, può persino portare all’emulazione.
«La violenza mediatica non è l’unica causa della violenza reale, ma contribuisce a creare un clima culturale che la legittima e la rende “normale”», spiega la psicologa sociale Laura Benedetti. «Soprattutto nei soggetti più fragili o socialmente isolati, può avere un effetto destabilizzante».
Non si tratta solo di fiction: nel mondo reale si registrano episodi in cui giovani coinvolti in atti criminali dichiarano di ispirarsi a personaggi delle serie TV. L’eroe negativo diventa un modello da seguire, il crimine una scorciatoia per ottenere rispetto e potere.
Il fenomeno preoccupa genitori, educatori ed istituzioni. Se da un lato i contenuti audiovisivi violenti dovrebbero essere completamente censurati — in nome della libertà creativa, non lo sono —, tuttavia deve crescere la richiesta di un maggiore senso di responsabilità nei confronti dei produttori. Ma la sfida è anche educativa: insegnare a distinguere la realtà dalla finzione, sviluppare il senso critico e promuovere una cultura della NON violenza.
In un’epoca in cui l’intrattenimento è a portata di click, il rischio è che la violenza venga consumata come un qualsiasi altro prodotto. Con effetti che, troppo spesso, si ripercuotono ben oltre lo schermo. Val. In. (AI)
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