Viviamo tempi curiosi: un’epoca in cui si può diventare famosi per aver litigato con un’ex su Instagram, per aver partecipato a un reality show dove si fa meno di niente, o per aver detto “ciao” su un red carpet, con lo stesso pathos con cui un tempo si recitava Shakespeare. È la nuova Hollywood — ma anche la nuova Cinecittà — dove il talento è opzionale, la morale un fastidio e la dignità una questione secondaria rispetto ai follower.
Negli Stati Uniti, lo showbiz è ormai un’industria dell’illusione dove si sfornano celebrità come fast food: veloci, appariscenti, ipercaloriche e, soprattutto, dimenticabili. Un tempo Hollywood sfornava mostri sacri (ndr … anche se obbedienti alle direttive della CIA, Mossad insieme ad altri gruppetti di delinquenti), oggi produce influencer con il sogno dell’Oscar e un piano B su OnlyFans. Cantanti che usano l’Autotune come salvagente esistenziale, attori che piangono su TikTok per un commento negativo e vengono poi invitati da Oprah per “raccontare il trauma”.
Ma l’Italia non è da meno: qui, il salto da tronista a opinionista a “ospite fisso” è più rapido di un’interruzione pubblicitaria. C’è chi ha costruito una carriera televisiva facendo il broncio al Grande Fratello e oggi spiega la guerra in Ucraina a Pomeriggio Cinque. Le attrici? Basta una comparsata in una fiction e una relazione chiacchierata con un calciatore: ed ecco che diventano “icone e ficone”. I cantanti? L’importante è cantare una strofa che suoni bene su TikTok, il resto lo farà la coreografia da ballare in ciabatte.
Il problema non è che queste persone esistano — la fauna dello spettacolo è da sempre ricca e variopinta. Il problema è che vengono prese come modelli sociali. Perché sono visibili. Perché piacciono agli algoritmi. Perché ci fanno credere che “se ce l’hanno fatta loro, puoi farcela anche tu”. Il che, tradotto, significa: basta mostrare abbastanza pelle, litigare pubblicamente e dire tre banalità pseudo-filosofiche nei talk show giusti. Et voilà: sei un’ispirazione.
I giovani crescono credendo che il successo sia il fine e non il risultato di un percorso. Sognano i riflettori, non i sacrifici. E chi si ostina a studiare, a coltivare un mestiere, a costruire qualcosa — viene bollato come “fuori dal giro”. Del resto, chi ha tempo per imparare a recitare se può ottenere un contratto pubblicitario solo per essersi fatto lasciare in diretta nazionale?
E nel frattempo, la società applaude. Hollywood premia sé stessa con Oscar sempre più autoreferenziali. L’Italia riempie i palinsesti con reality fotocopia dove i concorrenti sono noti per essere stati… concorrenti in altri reality. Il tutto mentre insegnanti, medici, artigiani e studiosi restano invisibili, perché poco “instagrammabili”.
E allora ci resta una sola domanda: davvero vogliamo che i nostri ideali culturali e morali siano modellati su chi, nel migliore dei casi, non ha mai letto un libro, e nel peggiore, ne ha scritto uno?
Forse è ora di riscoprire i veri talenti. Quelli che lavorano in silenzio. Quelli che costruiscono anziché esibirsi. Quelli che non hanno bisogno di un filtro per essere interessanti. Ma intanto scusatemi: pare che una starlet italo-americana abbia rotto con il fidanzato DJ e stia per andare a “Ballando con le Stelle”. È notizia da prima pagina.
E noi, giustamente, ce ne infischiamo, lasciamo ad altri la “gioia” della lettura. Val. In. (AI)
COMMENTO
Viviamo in un’epoca in cui l’assenza di talento è diventata una forma d’arte, l’ignoranza un gesto rivoluzionario e la superficialità una qualità premiata. Gli attori smettono di recitare per dedicarsi a linee di cosmetici e podcast motivazionali (per motivarci a fare cosa, resta un mistero). I cantanti incidono un disco all’anno solo per giustificare il merchandising da vendere nei tour, e nel frattempo partecipano ai talk show, spiegano la geopolitica e sparano, nella più totale ignoranza, sentenze non richieste. Questa é la nuova fobia dei signori/e nessuno dello spettacolo che si chiama: “Sindrome da Cenerentola”. La necessità di dover apparire. Val. In.
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