C’è un paradosso che dovrebbe farci riflettere: nel tentativo, sacrosanto, di costruire una società più giusta tra uomini e donne, rischiamo di trasformare la questione della parità in un nuovo terreno di scontro. La mia impressione è che, quando la ricerca dell’uguaglianza smette di significare pari dignità e pari opportunità e diventa una continua contrapposizione tra categorie, il risultato non sia più la convivenza, ma la diffidenza.
Oggi il dibattito pubblico sembra spesso costruito sullo schema “uomini contro donne”. Ogni problema viene ricondotto al genere, ogni responsabilità diventa collettiva, ogni comportamento individuale rischia di trasformarsi in una colpa attribuita a un’intera categoria. Così può accadere che un uomo finisca per sentirsi accusato semplicemente perché uomo, mentre una donna può sentirsi giudicata o delegittimata semplicemente perché donna.
È una deriva pericolosa. Perché la parità non dovrebbe chiedere a nessuno di sentirsi colpevole per ciò che è. Dovrebbe, al contrario, liberare uomini e donne dagli stereotipi che li hanno condizionati per generazioni.
Eppure assistiamo a una crescente radicalizzazione del linguaggio. Da una parte uomini che reagiscono con rabbia a quello che percepiscono come un processo di criminalizzazione del maschile; dall’altra donne che, di fronte a discriminazioni, violenze o ingiustizie reali, vedono nella difesa dei privilegi maschili una minaccia alla propria libertà. In mezzo, la maggioranza delle persone che vorrebbe semplicemente vivere, lavorare, amare e costruire una famiglia senza essere trascinata in una guerra permanente tra sessi.
E qui nasce una domanda scomoda: questa contrapposizione è soltanto il risultato spontaneo di una società esasperata, oppure c’è qualcuno che trae vantaggio da una popolazione divisa? Non ho elementi per affermare che esista un disegno organizzato “a tavolino”. Ma è difficile non osservare quanto la polarizzazione sia conveniente per chi vive di conflitto, attenzione, consenso e visibilità. Una società che discute continuamente di “noi contro loro” è più facile da mobilitare, da influenzare e da dividere.
La vera sfida, allora, è sottrarre la parità alla logica della guerra. Combattere le discriminazioni senza trasformare gli uomini in un blocco indistinto di colpevoli. Difendere le donne senza trasformarle in una categoria permanentemente vittimizzata. Riconoscere i problemi specifici di entrambi senza costruire una classifica delle sofferenze.
Perché la frase più inquietante non è “gli uomini odiano le donne” o “le donne odiano gli uomini”. È che stiamo lentamente creando le condizioni perché entrambe le affermazioni sembrino vere.
E quando una società arriva a questo punto, la parità ha già smesso di essere un ponte ed è diventata una barricata Val. In.
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