Separazione delle carriere? Le Toghe Rosse hanno paura di perdere il potere - Italiador
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Separazione delle carriere? Le Toghe Rosse hanno paura di perdere il potere

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C’è un rumore di fondo che accompagna ogni tentativo di riformare la giustizia italiana: lo scricchiolio del potere che non vuole mollare. Ogni volta che un governo osa pronunciare le parole “separazione delle carriere”, le toghe saltano sulla sedia come se qualcuno avesse tentato un colpo di Stato. Ma il punto è proprio questo: per una certa magistratura, la riforma è un colpo di Stato — contro il loro potere. (ndr… ma il vero colpo di stato é rappresentato proprio da loro, i magistrati, che hanno sempre gestito la giustizia a loro piacimento, schierandosi sfacciatamente con la sinistra perdendo definitivamente l’obiettività di giudizio).

Perché, diciamolo chiaramente, la sinistra e i suoi eredi togati non difendono un principio, difendono una posizione. Da decenni il sistema giudiziario italiano è un fortino dove l’ideologia progressista ha messo radici profonde. Dalla stagione di Magistratura Democratica a quella delle correnti “impegnate”, l’idea del magistrato come pseudo baluardo contro la politica “corrotta” ha attecchito così bene da trasformarsi in dogma. E oggi, chi tocca quel dogma, tocca un tabù.

La verità, però, è che questa magistratura non vuole più essere controllata da nessuno. Ha fatto della propria indipendenza non controllata una bandiera, ma spesso per nascondere una gestione corporativa del potere. Il Consiglio Superiore della Magistratura è da anni un Parlamento in toga, dove le correnti si spartiscono carriere e incarichi con la stessa logica dei partiti che un tempo dicevano di voler moralizzare. E quando qualcuno propone di scindere le carriere di chi accusa e chi giudica — cosa normale in qualunque democrazia occidentale — ecco che parte il coro del “pericolo autoritario”.

È curioso: in Francia, in Germania, in Spagna la separazione delle funzioni è un fatto acquisito, e nessuno grida al fascismo. In Italia, invece, basta evocare la riforma per scatenare la retorica della Resistenza. Perché? Perché qui la magistratura non è solo un potere dello Stato, è un potere nello Stato. Un potere che si è abituato a condizionare la politica, a scegliere chi può governare e chi deve finire sotto processo mediatico.

E dietro quella resistenza ideologica c’è un riflesso antico: quello del vecchio apparato comunista che non si è mai rassegnato a lasciare il controllo dell’etica pubblica. Le toghe rosse — o progressiste, per usare un eufemismo — si sono travestite da custodi della Costituzione per continuare a esercitare un ruolo politico senza passare dal voto. È una magistratura che non si limita a giudicare: interpreta, indirizza, ammonisce, legifera per sentenze. E guai a chi prova a metterle dei limiti.

La separazione delle carriere non toglie indipendenza ai magistrati, toglie soltanto l’ambiguità di un sistema dove chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso corpo. È una riforma di buon senso, non un attentato alla libertà. Ma per chi ha costruito la propria forza su quella confusione di ruoli, significa perdere un impero.

Ecco perché la sinistra politica e quella giudiziaria gridano allo scandalo: hanno paura di perdere il loro ultimo bastione di potere reale, quello che non passa più per le urne ma per i tribunali. E allora meglio tenersi stretta la toga, sventolare la Costituzione e gridare al golpe. In fondo, la difesa dello status quo è la più antica delle rivoluzioni borghesi: quella che si fa in nome del popolo, ma per difendere i propri privilegi. Val. In.

Una questione di controllo, non solo di ideali

La riforma tocca un nervo scoperto: chi controlla chi?
Oggi il CSM è dominato da correnti che si spartiscono nomine e carriere. La separazione delle carriere romperebbe questo equilibrio, riducendo la capacità delle stesse correnti di esercitare influenza trasversale tra giudici e PM. Ecco il punto: non è solo una riforma giuridica, è una riforma del potere interno alla magistratura.

Chi la sostiene la vede come una liberazione, chi la combatte come un attentato all’autonomia.
Ma è difficile negare che una parte della magistratura abbia costruito nel tempo un sistema chiuso, autoreferenziale e quasi sempre politicizzato.

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