Paola Onofri ha 63 anni e lo stesso sorriso, la stessa solarità e la stessa bellezza acqua e sapone di quando l’abbiamo conosciuta per la prima volta al cinema, nel 1984, nel film “I due carabinieri” con Verdone e Montesano. Sposata e mamma di due figli ormai grandi [Omissis…]
Come si avvicina al mondo dello spettacolo? La sua biografia parla di un concorso per Miss Lazio nel 1981…
«Una parentesi frivola cui non do grande peso».
Vabbè, ma è un passaggio curioso: raccontiamolo.
«Mia sorella Silvia, in quel periodo, fa la stilista e lavora per le sorelle Fontana. Un giorno manca un’indossatrice e mi propongono due uscite con un vestito di Grace Kelly».
E viene notata da quelli del concorso?
«No. Più semplicemente, nell’albergo in cui alloggiamo, si stanno svolgendo le selezioni per Miss Lazio e chiedono a tutte noi ragazze della sfilata di partecipare. Accettiamo per divertimento».
Lei vince e si qualifica per Miss Italia.
«Vado alle finali, ma mi vergogno, sfilo male senza convinzione e vengo subito eliminata».
Quando, invece, il primo contatto con la cinepresa?
«Vado di nascosto in un’agenzia per la pubblicità e…».
…di nascosto da chi?
«Dai miei genitori che, non condividendo il mio sogno di fare cinema, cercano di farmi desistere: “Tu attrice? Non hai pelo sullo stomaco. E poi sei una ragazza di un certo spessore, molto sensibile, lascia perdere”».
Ma lei non molla.
«Ovviamente no. Mi presento all’agenzia e vengo scelta per lo sport della birra Peroni con Renzo Arbore, quello in cui lui dice: “Birra, e sai cosa bevi”».
I suoi genitori come prendono questo primo lavoro?
«Tutto sommato bene perché racconto loro che è un’esperienza isolata e lascerò perdere. Ma la verità è che invece, in me, c’è un tarlo pazzesco: voglio diventare attrice».
E che succede?
«Un giorno, nel 1984, mentre sono in via Veneto con mia mamma, incrocio il direttore della fotografia di quella pubblicità. “Perché non hai fatto più nulla?”, mi chiede spiegandomi, poi, che proprio in quei giorni Carlo Verdone sta cercando la protagonista femminile del film “I due carabinieri”. “Vai ai casting, ne vale la pena”, mi suggerisce».
Segue il consiglio?
«Mi presento alle selezioni senza avere un book fotografico e mi porto una semplice foto in bianco e nero, in cui sono senza un filo di trucco e con i capelli bagnati, scattata da mio padre al mare».
Nient’altro?
«La segretaria di Cecchi Gori chiede un curriculum, ma non ho nemmeno quello, così consegno la fotografia e dietro ci scrivo il numero di telefono di casa».
La chiamano subito?
«Sì e organizzano un incontro in cui ci sono anche gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi».
Impatto con Verdone?
«Bellissimo, Carlo è già molto famoso, un mostro sacro. Lui è anche il regista del film e mi chiede: ”Sai come si studia un personaggio?”. E io: “Cercando di scavare ed entrare nella sua vita».
Scusi, ma lei tutte queste cose, in quel momento, come le sa?
«In quegli anni leggo tutto, vado in libreria e studio la storia del cinema. E frequento anche un corso di dizione e recitazione, privatamente, con l’attrice Fulvia Mammi».
Torniamo al film “I due carabinieri”.
«Gli sceneggiatori mi consegnano il copione dicendomi: “Leggilo, che ci vediamo tra quattro giorni”».
Niente provino?
«Niente».
Come è la prima esperienza da attrice?
«Resto ore e ore sul set. Quando finisco la mia parte e la produzione chiama l’auto per farmi portare a casa, io dico di aspettare perché voglio stare lì e vedere tutto, per assorbire come una spugna».
Una scena che non dimenticherà mai?
«Quella divertentissima in cui Verdone e Montesano si tirano i cuscini: continuiamo a ridere e viene fatta 150mila volte. In realtà viene anche cambiata rispetto al copione perché si fanno male tirandosi i cuscini nelle parti intime».
Come è il rapporto con Verdone?
«Carlo è carino, come un fratellone».
E con Montesano?
«In realtà, con Enrico, l’amicizia nasce più avanti: in quel momento mi intimorisce, forse perché più grande».
Il film fa il boom e lei diventa famosa.
«Gianluigi Rondi, critico cinematografico temuto dai miei colleghi, scrive cose bellissime su di me, tipo “Questa ragazzina acqua e sapone che tutti vorrebbero come vicina di casa ha talento e mestiere. Sicuramente farà successo”. Mi chiamano tutti, mi cercano per altri film e mi mandano copioni da leggere».
Famosa e bella: chissà quanti corteggiatori…
«In quel momento sono felice con Alessandro, che è il mio primo fidanzato».
Scusi la domanda un po’ sfacciata: la sua prima storia sentimentale ce l’ha a 22 anni?
«Sì, perché sono alla ricerca del grande amore e della persona giusta».
Torniamo alla sua carriera. Dopo “I due carabinieri” lavora in “Windsurf – Il vento nelle mani” (1984), “I pompieri” (1985), “Puro cashmere” (1986) e, tra gli altri, “Casa mia, casa mia” (1988). Ma inizia a recitare anche per la televione: un lavoro che ricorda con piacere?
«La serie “Helena” del 1987, nella quale sono la protagonista e interpreto una giornalista detective».
Nel cast ci sono anche Helmut Berger, Renato Rascel e Paola Borboni.
«Rascel è sempre in compagnia di Giuditta, la sua bellissima moglie: io lo guardo e resto in silenzio perché mi mette soggezione. La Borboni, invece, un giorno si avvicina e mi dice: “Tu, come me, hai gli occhi assassini: io grazie a loro ho conquistato tanti uomini. I tuoi occhi penetrano nello schermo, ma mi raccomando: devi recitare e non perderti nel mondo”».
Meraviglioso. Sempre in tv, nel 1987, conduce su Rai1 il programma “Improvvisando” e poi “Porto matto”.
«All’inizio sono terrorizzata perché quest’ultimo è un contenitore mattutino in cui si parla di tutto: sport, turismo, cultura, musica. Molto impegnativo, ma va benissimo».
L’anno dopo, reduce da quel successo, le si presenta un’altra grande occasione: il Festival di Sanremo.
«Mi propongono di condurre l’edizione 1988 insieme con Gabriella Carlucci e Miguel Bosè perché vogliono sul palco una conduttrice, un cantante e un’attrice».
Ma che succede?
«Il giorno della conferenza stampa di presentazione vado a Roma per firmare il contratto, ma…».
…ma?
«Un dirigente, che mi tormentava già al telefono da un po’, mi convoca nel suo ufficio e, appena dentro, mi salta addosso tentando di baciarmi. Io lo spingo via e mi dice: “Tu sei una pazza, non lavorerai mai più in Rai”».
Lei come reagisce?
«Sbatto la porta, esco e incrocio lo sguardo della sua segretaria, che alza il pollice in segno di ok. Come dire: “Hai fatto bene”».
E la conferenza stampa?
«Non ci vado ed è lo sbaglio più grande: avrei dovuto raccontare tutto proprio lì, davanti ai giornalisti».
Questa è l’unica situazione del genere capitata in carriera?
«Purtroppo no…».
[Omissis…]
Fonte: LiberoQuotidiano – Alessandro Dell’Orto – 1 Marzo 2026
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