Nel Mediterraneo si consuma da anni una tensione irrisolta tra due principi entrambi legittimi: il dovere di salvare vite umane e il diritto degli Stati di controllare i propri confini. Il primo è scolpito nel diritto internazionale; il secondo è il cuore stesso della sovranità. Il problema non è scegliere tra umanità e legalità. Il problema è che le regole attuali sono state scritte per un mondo diverso da quello attuale.
Il diritto del mare nasce per disciplinare naufragi, collisioni, emergenze impreviste. Impone un obbligo inderogabile: chi è in pericolo va salvato. Nessuna distinzione tra turista, marinaio o migrante. Ma quel sistema giuridico non era pensato per gestire enormi flussi migratori strutturali che si appoggiano – molto spesso strumentalmente – al meccanismo del soccorso.
Il nodo è qui: il soccorso termina con lo sbarco in un “luogo sicuro” senza definire però adeguatamente questo “fatidico luogo”. Non esiste nelle convenzioni la formula “porto più vicino”, anche se la prassi operativa dovrebbe tendere a privilegiare la rapidità. Tuttavia, quando il porto più vicino non è considerato sicuro sotto il profilo dei diritti umani, si apre un vuoto operativo. E quel vuoto ricade quasi sempre sugli stessi Paesi di approdo che spesso solo scelti dalle ONG indipendentemente dal fatto che siano più lontani rispetto ad altri “porti sicuri”.
Dopo lo sbarco, entra in gioco un altro diritto: quello dell’asilo. E qui la distinzione è cruciale. Il salvataggio non equivale a un diritto automatico di permanenza. Ma il principio di non-refoulement impedisce il rimpatrio verso Paesi dove vi sia rischio di persecuzioni o trattamenti inumani. Ne consegue che ogni posizione deve essere valutata individualmente. È una garanzia di civiltà giuridica, ma comporta tempi lunghi e complessità amministrativa.
Nel frattempo, l’opinione pubblica percepisce un sistema che non distingue abbastanza tra chi fugge da una guerra e chi cerca migliori condizioni economiche. La certezza diffusa è che il diritto del mare venga usato come varco di ingresso permanente, mentre gli Stati appaiono giuridicamente vincolati e politicamente divisi.
Se l’obiettivo è evitare irregolarità ed abusi senza tradire i principi umanitari, occorrono riforme strutturali, non slogan. L’Italia farebbe meglio a studiare, da un punto legale, cosa fare e modificare tutte le norme necessarie al fine di proteggere i confini nazionali ed eliminare le interpretazioni pretestuose e soggettive di alcuni giudici.
Quali modifiche sarebbero necessarie?
- Chiarezza sul “luogo sicuro”.
Le convenzioni dovrebbero definire in modo più preciso i criteri oggettivi per stabilire quando un porto è sicuro, includendo parametri verificabili e meccanismi di certificazione internazionale. L’attuale vaghezza genera conflitti politici. - Obbligo condiviso di redistribuzione.
Se il soccorso è un dovere universale, anche la gestione successiva dovrebbe esserlo. Servirebbe un meccanismo automatico e vincolante di ripartizione tra Stati, per evitare che il peso ricada solo sui Paesi di frontiera. - Procedure accelerate e centri europei di esame.
Valutazioni rapide, standardizzate e coordinate a livello sovranazionale ridurrebbero l’ambiguità tra chi ha diritto alla protezione e chi no. - Accordi di riammissione effettivi.
Senza intese operative con i Paesi di origine, i rimpatri restano teorici. Il diritto prevede il rimpatrio di chi non ha titolo a restare, ma senza cooperazione diplomatica diventa impraticabile. - Distinzione netta tra soccorso e trasporto sistematico.
Il diritto del mare tutela l’emergenza. Se il soccorso diventa prevedibile e strutturale, occorre un quadro normativo che lo disciplini in modo trasparente, evitando zone grigie.
Il rischio, altrimenti, è un doppio cortocircuito: da un lato la percezione di frontiere fuori controllo; dall’altro la tentazione di comprimere diritti fondamentali. Entrambe le derive indeboliscono lo Stato di diritto.
Non si tratta di negare il dovere di salvare chi rischia di morire in mare. Quello resta intangibile. Si tratta di aggiornare le regole a una realtà in cui il Mediterraneo non è più solo una rotta commerciale o turistica, ma una frontiera geopolitica permanente da monitorare e proteggere.
Finché il diritto del mare continuerà a reggere un fenomeno migratorio strutturale, voluto e gestito da criminalità organizzata, senza strumenti adeguati di gestione successiva, il conflitto tra umanità e sovranità resterà irrisolto. E sarà la politica, l’illegalità, non il diritto, a colmare il vuoto. Val. In.
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