In Italia il problema non è soltanto chi governa, ma chi costruisce il senso comune. E in questo terreno il gruppo Mediaset occupa da decenni una posizione che va ben oltre quella di un normale operatore privato dell’informazione. Il suo ruolo non è riducibile a una linea editoriale discutibile o a una scelta di palinsesto aggressiva: Mediaset è un apparato politico-culturale permanente, capace di incidere sulla percezione della realtà di milioni di persone ogni giorno, in modo continuativo, capillare e normalizzato.
Il punto politico centrale è la fusione strutturale tra media, potere economico e immaginario collettivo. Attraverso televisioni generaliste, canali tematici, radio nazionali, piattaforme digitali e una macchina pubblicitaria dominante, Mediaset produce un flusso comunicativo unico, che accompagna lo spettatore dall’informazione mattutina all’intrattenimento serale, fino al consumo on demand. In questo flusso, la distinzione tra informare, intrattenere e persuadere viene progressivamente erosa.
I telegiornali e i programmi di approfondimento del gruppo non operano tanto attraverso la falsificazione dei fatti – che sarebbe facilmente contestabile – quanto mediante la selezione sistematica delle notizie, il loro inquadramento emotivo e la ripetizione ossessiva di determinate cornici narrative. Sicurezza, emergenza, paura, personalizzazione estrema della politica, riduzione dei conflitti sociali a scontri individuali: questi elementi non sono casuali, ma funzionali a una visione del mondo semplificata, depoliticizzata nei contenuti strutturali e iper-politicizzata sul piano emotivo.
Il risultato è una forma di politicizzazione senza politica: lo spettatore viene costantemente stimolato a “schierarsi”, indignarsi, temere o tifare, ma raramente messo nelle condizioni di comprendere i meccanismi economici, istituzionali e sociali che producono i problemi raccontati. La complessità viene trattata come un ostacolo all’audience, non come un dovere democratico.
A questo impianto si sovrappone la pressione pubblicitaria, che non è un semplice elemento accessorio ma parte integrante del dispositivo. La frammentazione continua dei contenuti, l’alternanza rapida tra notizia, spettacolo e spot, produce una condizione di sovraccarico cognitivo che riduce la capacità di concentrazione e di pensiero critico. La razionalità non viene negata apertamente: viene erosa per accumulo, per stanchezza, per assuefazione.
Le radio del gruppo e le piattaforme digitali rafforzano ulteriormente questo schema. Le stesse parole chiave, gli stessi titoli, le stesse gerarchie tematiche rimbalzano tra TV, web e radio, creando un effetto di ecosistema chiuso, nel quale ciò che è centrale per Mediaset tende a diventare centrale per il discorso pubblico. Non perché sia oggettivamente prioritario, ma perché è ovunque.
Dal punto di vista democratico, il nodo più delicato è la concentrazione del potere simbolico. Quando un singolo gruppo riesce a parlare contemporaneamente come informatore, intrattenitore e grande venditore di pubblicità, il rischio non è la propaganda esplicita, ma la normalizzazione di una visione del mondo compatibile con l’ordine economico e politico esistente. Un mondo in cui il conflitto sociale è ridotto a folklore, il dissenso a rumore, la critica sistemica a estremismo.
In questo senso, Mediaset non “impone” un pensiero unico: lo rende superfluo. Abitua il pubblico a un consumo passivo dell’informazione, in cui le domande scomode vengono anticipate, addomesticate o semplicemente sostituite da emozioni rapide e rassicuranti. È un potere che non ordina, ma orienta; che non vieta, ma distrae.
La questione, dunque, non è morale ma politica. Riguarda il rapporto tra media commerciali e democrazia, tra concentrazione proprietaria e libertà di pensiero, tra cittadino e consumatore. Finché questo modello resterà dominante, la capacità delle persone di interpretare criticamente la realtà non verrà repressa: verrà lentamente disabituata. Ed è forse questa la forma più efficace di controllo. Val. In.
Italiador Condividi le meraviglie della tua Italia
