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L’Italia è troppo bella per essere lasciata in mano ai palazzinari

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L’Italia è un grande Paese. Forse, sotto molti punti di vista, il più bello del mondo. Abbiamo ereditato una ricchezza che non ha eguali: città d’arte, borghi, monumenti, paesaggi, montagne, coste, campagne, tradizioni, cucina, clima. Un patrimonio costruito nei secoli, spesso con una straordinaria armonia tra uomo e territorio.

Eppure, basta attraversare una qualunque periferia italiana per domandarsi come sia stato possibile, in pochi decenni, fare tanto per deturpare ciò che avevamo ricevuto.

Il problema nasce soprattutto nel dopoguerra, quando l’Italia deve ricostruire, crescere, industrializzarsi e dare una casa a milioni di persone. È una stagione di sviluppo impetuoso e, insieme, l’inizio di una gigantesca trasformazione urbana. Ma accanto alla necessità di costruire nasce anche un’altra logica: quella dei palazzinari, della speculazione edilizia, del mattone considerato non come strumento per progettare città migliori, ma come macchina per produrre profitto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Alle architetture antiche, ai centri storici, alle piazze e ai palazzi costruiti secondo proporzioni e criteri di armonia, sono stati accostati edifici anonimi, condomini sproporzionati, periferie senza identità, strade pensate più per le automobili che per le persone. Non sempre, naturalmente: il Novecento ha prodotto anche architetture di grande valore. Ma troppo spesso il criterio dominante non è stato “costruiamo qualcosa di bello e duraturo”, bensì “quanto ci possiamo guadagnare?”. E qui la responsabilità non può essere attribuita soltanto a chi costruiva.

Ogni abuso, ogni colata di cemento, ogni trasformazione urbanistica discutibile ha bisogno, in qualche modo, di regole, autorizzazioni, varianti, concessioni, controlli. La politica e le amministrazioni pubbliche hanno dunque una responsabilità enorme. Quando il territorio viene sacrificato all’interesse particolare, qualcuno ha consentito che ciò accadesse.

Non è necessario accusare genericamente tutti di corruzione, né trasformare ogni scelta urbanistica in un processo penale. Ma quando emergono illegalità, tangenti o collusioni, chi ha svenduto il bene pubblico per interesse personale dovrebbe risponderne davanti alla giustizia con la massima severità. Il territorio appartiene alla collettività, non a chi temporaneamente lo amministra.

Il punto, però, è che oggi non basta recriminare. Dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda quasi provocatoria: perché siamo così disposti a conservare il brutto?

Se un edificio è pericoloso, inefficiente, energivoro, degradato e completamente estraneo al contesto nel quale si trova, perché considerarlo intoccabile soltanto perché è stato costruito cinquant’anni fa? Se abbiamo avuto il coraggio di demolire e ricostruire in passato, perché oggi dovremmo considerare ogni manufatto esistente una sorta di monumento sacro?

Naturalmente non si tratta di cancellare la storia recente, né di abbattere indiscriminatamente. Si tratta di distinguere. Conservare ciò che merita di essere conservato, recuperare ciò che può essere recuperato e rottamare ciò che deturpa, spreca e non ha più una funzione. E soprattutto, quando ricostruiamo, dobbiamo pretendere qualità.

Efficienza energetica, sicurezza antisismica, verde, mobilità sostenibile, servizi e tecnologie moderne devono andare di pari passo con una parola che troppo spesso è stata considerata un lusso: bellezza.

Perché la bellezza non è un ornamento. È qualità della vita. È rispetto per chi abita un luogo. È valore economico, culturale e sociale. Una città bella viene vissuta meglio, conservata meglio e trasmessa meglio alle generazioni future. L’Italia ha bisogno di buona architettura, buona urbanistica e coraggio politico.

Rottamiamo dunque il brutto, dove sia ragionevole e possibile farlo. Ridisegniamo le piccole cittadine. Ricuciamo le grandi città. Recuperiamo gli spazi abbandonati. Demoliamo ciò che non può essere salvato e ricostruiamo secondo criteri contemporanei, ma con l’antica ossessione italiana per l’armonia, le proporzioni e la bellezza.

Abbiamo ereditato un Paese straordinario. Sarebbe imperdonabile continuare a consegnarlo ai nostri figli come un collage di capolavori e scempi.

L’Italia può tornare a essere bella anche dove oggi non lo è. Ma per farlo bisogna smettere di avere paura di demolire il brutto e cominciare, finalmente, ad avere il coraggio di costruire il bello. Val. In.

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