Vance ha aperto le danze, e Kellogg ha deciso chi sarà invitato al ballo. I rappresentanti Usa alla conferenza di sicurezza di Monaco hanno ribadito che la Casa Bianca avrà un ruolo centrale nei futuri tavoli negoziali sull’Ucraina. In un colpo solo hanno tagliato fuori l’Europa e Zelensky, lasciando intendere che sarà tutta una questione tra Stati Uniti e Russia, e che Trump e Putin potrebbero già incontrarsi entro fine mese in Arabia Saudita. Venerdì il vice presidente americano James David Vance aveva attaccato l’UE dichiarando che «la più grande minaccia all’Europa arriva dall’interno». Ieri Keith Kellogg, il rappresentante speciale di Trump per l’Ucraina, è stato ancora più chiaro: gli Usa non vedono l’Europa al tavolo delle trattative per risolvere la guerra, anche se terranno conto dei suoi interessi. Kellogg ha sottolineato che gli Stati Uniti non vogliono ripetere il problema del «formato Minsk» (l’accordo del 2014 per fermare il conflitto a bassa intensità nel Donbass), quando al tavolo erano presenti numerosi partecipanti «e non hanno avuto alcuna opportunità di unirsi al processo di pace: non ha funzionato. Garantiremo gli interessi dell’Europa, coinvolgeremo tutti, questo non significa che si debbano sedere fisicamente al tavolo». Poi ha rivelato che il piano di pace sarà pronto entro poche settimane. Fonti Usa fanno sapere che l’Europa in realtà verrebbe coinvolta per fornire informazioni dettagliate sulle armi, sulle truppe di mantenimento della pace e sulle misure di sicurezza che potrebbero fornire all’Ucraina. Di fatto un ruolo di secondo piano e alle strette dipendenze di Washington.
L’UE (così come il Regno Unito) non ha alcuna intenzione di rimanere in un angolo e alle parole di Vance e Kellogg risponde piccato il ministro degli Esteri francese Barrot: «Nessuno è obbligato ad adottare il nostro modello, ma nessuno può imporci il proprio». L’omologo polacco Silkorski aggiunge che «la credibilità degli Stati Uniti dipende da come finirà la guerra in Ucraina». Per il nostro ministro degli Esteri Tajani, mai come in questo momento è necessario mantenere la calma e guardare oltre il gioco delle parti. «Al di là di alcuni discorsi, gli Usa hanno voglia di ascoltare l’Europa e l’Italia. Si è aperto un dialogo, inizia una stagione nuova per cercare di arrivare alla pace. Siamo soltanto all’inizio, è un percorso che deve essere seguito fino alla conclusione del conflitto». Il premier polacco Tusk invece chiede «subito un piano d’azione o altri decideranno per noi». E per la tedesca Baerbock «questo è il momento della verità. Tutti devono decidere se si vogliono mettere al fianco del mondo libero o dei Paesi autoritari». Da parte sua Zelensky, terrorizzato all’idea di essere estromesso, si aggrappa agli Usa (ma non firma l’accordo per le terre rare), a Scholz, chiede di incontrare Trump prima che il tycoon veda Putin, lancia l’idea di una forza armata europea, invita Kellogg a visitare con lui la linea del fronte, e parla di un piano di Mosca per attaccare l’Ucraina dalla Bielorussia.
Le tante voci che arrivano dalla Baviera troveranno probabilmente un’efficace linea comune oggi, quando l’Alto rappresentante dell’UE Kallas convocherà una riunione informale dei ministri degli Esteri presenti a Monaco per fare il punto sugli ultimi contatti con i funzionari statunitensi e ucraini. La diplomatica estone ribadisce: «L’Europa è e resta al fianco di Kiev». Anche Parigi ha proposto un summit sull’Ucraina, ma per il momento è un’ipotesi sulla quale l’Eliseo cerca di mettere una data.
Fonte: IlGiornale – Luigi Guelpa – 16 Febbraio 2025
La rivoluzione che serve all’Europa
L’effetto Trump è uno tsunami sull’Unione Europea. Quello che non hanno ancora compreso le leadership del Vecchio Continente (isola d’Inghilterra compresa) è che Trump non è un’anomalia, è il corso della storia americana, di cui il 47esimo presidente è solo la punta dell’iceberg. Ieri ho partecipato a un dibattito con Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ospite di Lilli Gruber a La7. Ha fatto di Trump un ritratto oscuro, ma più lo ascoltavo e più mi convincevo che l’analisi progressista arriva a conclusioni sbagliate perché non coglie lo spirito del tempo.
Trump non è un’eccezione, bastava ascoltare il vicepresidente J.D. Vance a Parigi e a Monaco per vedere all’opera un giovane politico di talento, colto, con un linguaggio diretto e le idee chiare su cosa fare. È il governo Maga di cui i raffinati intellettuali – che ieri ci spiegavano perché Trump avrebbe perso e oggi in testacoda ci dicono perché ha vinto – non capiscono un fico secco. Le presunte classi colte sono uno dei grandi problemi dell’Europa, scambiano i loro desideri per realtà.
Travolti da un destino di irrilevanza, a Bruxelles sono giunti a una conclusione che Giorgia Meloni chiedeva da oltre due anni: levare dalle regole del Patto di Stabilità le spese per la difesa. Benvenuti a bordo, compagni della Commissione! È un passo avanti, ma quello che sta sopra e sotto la proposta di Von der Leyen – e che naturalmente non si dice – è che il “nuovo” Patto di Stabilità è già morto di fronte all’ondata americana. Scorporare le spese militari non è sufficiente per fermare la follia europea. Dobbiamo finanziare investimenti sull’intelligenza artificiale (che va trattata come un’arma delle grandi potenze), dare all’Unione una efficace autonomia energetica, decidere come smantellare e ricostruire su basi sostenibili la politica del welfare. Queste cose si fanno non contro ma con l’America, a meno che non pensiamo di diventare un protettorato asiatico, come in una distopia di Philip K. Dick. Siamo di fronte a una svolta storica, è la caduta dei giganti.
Fonte: LiberoQuotidiano – Mario Sechi – 15 Febbraio 2025
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