La Spiaggia è di tutti. Basta con i piccoli feudatari del mare - Italiador
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La Spiaggia è di tutti. Basta con i piccoli feudatari del mare

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C’è una cosa che in Italia dovremmo smettere di considerare normale: l’idea che le nostre spiagge possano diventare il feudo privato di qualche furbo, magari ben introdotto nei palazzi della politica, o peggio ancora vicino a interessi criminali.

Le spiagge italiane non sono la proprietà di chi riesce ad ottenere una concessione. Non sono il cortile privato del gestore di turno. E soprattutto non sono un lusso riservato a chi può permettersi parcheggio, ombrellone, due lettini e magari un conto salato per una bottiglietta d’acqua.

Il mare è un patrimonio collettivo. E l’accesso al mare non può diventare un privilegio di classe.

Trovo francamente assurdo che una famiglia debba fare i conti con il portafoglio prima ancora di poter mettere i piedi sulla sabbia. Se non puoi pagare, ti arrangi. Se non puoi permetterti il parcheggio, rischi multe o devi lasciare l’auto a chilometri di distanza. Se vuoi un posto all’ombra, paghi. Se vuoi una doccia, paghi. Se vuoi usare un servizio essenziale, paghi.

E intanto qualcuno costruisce il proprio piccolo impero sulla spiaggia. Non è questa l’idea che ho di un Paese civile.

Io penso a un modello completamente diverso: spiagge libere, accessibili, pulite, curate e sorvegliate. Spiagge dove chiunque possa arrivare, stendere il proprio asciugamano e godersi il mare senza sentirsi un intruso nel proprio Paese. Questo non significa eliminare i servizi. Al contrario.

Devono esistere punti di servizio, assegnati attraverso bandi pubblici trasparenti e realmente competitivi, per periodi limitati: strutture essenziali e decorose dove acquistare cibo e bevande, utilizzare servizi igienici, fare una doccia, eventualmente noleggiare qualche attrezzatura. Nulla che trasformi la spiaggia in un territorio privatizzato di fatto.

Chi gestisce questi servizi deve farlo perché ha vinto un bando, rispettando regole precise, prezzi trasparenti, obblighi di manutenzione e standard di qualità. E quando la concessione scade, si torna a gara. Punto.

Non devono esistere rendite perpetue. Non devono esistere privilegi tramandati. Non devono esistere concessioni diventate, nei fatti, proprietà private.

E soprattutto, nessuno deve poter pretendere di controllare l’accesso al mare.

Perché quando il cittadino deve chiedere il permesso, pagare un biglietto o sottostare alle condizioni di chi occupa una porzione di costa, siamo già davanti a una distorsione inaccettabile.

Il problema non è il singolo stabilimento balneare o il singolo imprenditore onesto, che lavora rispettando le regole e offre servizi utili. Il problema è un sistema che può trasformare un bene collettivo in una rendita privata, creando posizioni di forza difficili da scalfire.

E quando alle rendite si aggiungono favoritismi, clientele, interessi politici o infiltrazioni criminali, la questione diventa ancora più grave.

Le spiagge non devono avere padroni.

Devono avere manutentori, operatori, bagnini, servizi efficienti e controlli seri. Devono essere amministrate nell’interesse della collettività, non nell’interesse di chi è riuscito a mettere le mani su un pezzo di costa.

È ora di cambiare mentalità: il mare non è una merce qualsiasi. È una parte fondamentale del patrimonio naturale italiano.

E se davvero vogliamo definirci un Paese civile, dobbiamo avere il coraggio di affermare una cosa semplice, senza diplomazie e senza ipocrisie:

la spiaggia appartiene alla collettività. Il mare appartiene a tutti. E nessun furbo, nessun potente e nessun gruppo organizzato può comportarsi come se ne fosse il proprietario. Val. In.

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