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La Scuola Militante: quando la cattedra diventa megafono ideologico

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C’era una volta la scuola che insegnava a leggere, scrivere, fare i conti e ragionare. Oggi, sempre più spesso, sembra voler insegnare come si deve pensare. Non è un’impressione isolata: è la sensazione diffusa di molte famiglie che vedono l’istituzione scolastica trasformarsi da luogo di istruzione a laboratorio di rieducazione culturale.

Negli ultimi anni, sotto l’etichetta rassicurante (ndr … si fa per dire, rassicurante) dell’“inclusione” e della “lotta alle discriminazioni”, si è fatta strada una presenza sempre più strutturata di tematiche legate all’universo LGBT e alla cultura cosiddetta woke. Presentate come inevitabile segno di modernità, queste iniziative entrano nelle classi con un’impostazione che, secondo i critici, raramente lascia spazio ad un vero pluralismo. Non si tratta di spiegare fenomeni sociali: si tratta di proporre una chiave di lettura precisa, spesso unidirezionale.

Il punto non è il rispetto delle persone — valore che nessuno mette in discussione — ma l’uso della scuola pubblica come veicolo di una visione culturale specifica. Quando progetti, incontri, materiali didattici e giornate tematiche assumono il tono della militanza più che quello dell’analisi, il confine tra educazione e propaganda diventa pericolosamente sottile.

La scuola pubblica appartiene a tutti, non a una parte culturale o politica. Eppure, quando certe tematiche vengono affrontate con un linguaggio e un’impostazione chiaramente riconducibili a all’area ideologica di sinistra, la neutralità dello Stato appare quantomeno appannata. In una democrazia matura, l’istruzione dovrebbe offrire strumenti critici, non indirizzi precostituiti.

C’è poi un nodo che molti fingono di non vedere: il ruolo della famiglia. Le questioni legate all’identità, alla sfera affettiva e ai valori personali sono delicate per definizione. Pensare che possano essere trattate come moduli standardizzati, indipendentemente dalle convinzioni dei genitori, significa svuotare di senso la responsabilità educativa primaria della famiglia. Non è censura: è rispetto delle competenze.

Si dice che la scuola debba “stare al passo con i tempi”. Ma stare al passo non significa correre davanti imponendo una visione. Significa fornire conoscenze, stimolare il confronto, garantire pluralità. Quando invece l’aula si trasforma in tribuna, il rischio è che chi dissente venga percepito come arretrato o intollerante. E questo, in un luogo che dovrebbe insegnare il pensiero critico, è un paradosso evidente.

La scuola non è un partito, non è un collettivo, non è un movimento culturale. È un’istituzione pubblica con un compito chiaro: trasmettere sapere, metodo, capacità di analisi. Tutto il resto deve essere trattato con equilibrio e rispetto delle diverse sensibilità.

Se l’istruzione diventa terreno di militanza, il prezzo non lo paga una parte politica, ma l’intera comunità. Perché una scuola che orienta invece di formare smette di essere un presidio di libertà e rischia di diventare un amplificatore ideologico. E le giovani menti non hanno bisogno di megafoni sopra la cattedra: hanno bisogno di strumenti per scegliere da sole. Val. In.

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