Andavo a trenta all’ora per accontentare il sindaco mio, ye -ye -ye ye -ye -ye. Il voto però non è una dichiarazione d’amore eterno e agli elettori automobilisti si sono rotti i pistoni. D’altronde, a giri bassi il motore batte in testa e le valvole girano a vuoto. È così che i cittadini e i taxisti della Capitale hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione di Roberto Gualtieri di imporre in tutto il centro di Roma il limite di velocità che costringe le vetture a viaggiare più lente delle bici a pedalata assistita. Causa vie strette, la misura riguardava già il 60% delle strade della cosiddetta Ztl, ma dal 15 Gennaio (2026) è stata generalizzata.
«È figlio di una deriva ideologica ambientalista e comprime i diritti fondamentali di chi vive e opera in città», riverberandosi negativamente su chi lavora, autotrasportatori e piccole imprese inclusi e sulla vivibilità urbana, senza considerare che la tutela ecologica che lo ispira finisce per risolversi in un congestionamento del traffico, con aumento dell’inquinamento: queste le argomentazioni forti dei ricorrenti. Posizioni antitetiche rispetto a quelle della giunta capitolina, che fin dal primo momento non si è fatta scrupolo di presentare il provvedimento come una norma anti-auto e di far sapere che era solo l’inizio, perché nell’obiettivo ci sono almeno mille strade urbane. «I romani devono imparare ad andare più piano» ha detto il sindaco. Gualtieri, come il suo collega milanese, Beppe Sala, punta a incentivare l’uso delle biciclette, ma non tiene conto che Roma è quattro volte più grande del capoluogo lombardo e non è pianeggiante ma distesa su sette colli. Senza considerare la totale carenza dei servizi pubblici nel garantire spostamenti in tempi ragionevoli.
I cittadini romani nella loro battaglia si sono ispirati a Bologna, la prima città ad avere introdotto in tutto il centro il limite dei trenta all’ora, dove il ricorso presentato da due taxisti e sostenuto da Fratelli d’Italia è stato accolto dal Consiglio di Stato. «Non si può imporre il tetto di velocità a tappeto, ma serve una motivazione tecnica puntuale per ciascun tratto di strada interessato, giacché il codice della Strada, ovverosia la norma generale, fissa la velocità urbana massima a 50 all’ora», hanno stabilito i magistrati amministrativi, contro la cui decisione ha fatto subito appello il sindaco dem. Secondo Matteo Lepore, lo stop dei giudici è tecnico, e quindi la giunta si sta preparando ad aggirarlo inventandosi una motivazione per ogni singola strada cittadina. Non servono ragionamenti ulteriori: la reazione della giunta tradisce la natura ideologica e di spot del provvedimento, che fotografa perfettamente la tendenza delle amministrazioni a guida dem a gestire le città secondo gli obiettivi politici del partito anziché in base alle esigenze di chi vi abita.
Il tratto distintivo di queste giunte progressiste è tutelare gli interessi di chi vive in centro, ovverosia le fasce ricche della popolazione, che sono anche quello dove la sinistra prende i voti, ed escludere dal cuore della città chiunque sia costretto a recarvisi o transitarvi per ragioni di lavoro, famigliari, o altro. Fuori le macchine dal centro, eccezion fatta per chi vi abita, è la concezione medievale della città castello, attorniata da un fossato e dove si alza il ponte levatoio così che i nobili escludano la plebe. Caso scuola è l’area C di Milano, con tassa di 5 euro per chi vuole varcare la seconda cerchia dei Navigli su quattro ruote.
Declinazioni del limite dei trenta all’ora si sono avute, sempre nel capoluogo lombardo, con le famose domeniche a piedi, dove l’obiettivo era diminuire l’inquinamento ma il lunedì si scopriva inesorabilmente che esso era salito, perché la gente stava a casa e alzava il riscaldamento. Prova incontrovertibile è stato il periodo del lockdown da Covid, con traffico inesistente ma pm10 ai massimi del decennio. Ma il provvedimento più comune è l’estensione sempre più elevata delle aree totalmente chiuse al traffico: Genova, Bari, Torino, Firenze sono città in cui il centro è vivibile per i turisti ma interdetto agli abitanti dei quartieri periferici e faticoso anche per chi vi risiede, essendo l’uso delle auto scoraggiato in ogni modo, tra limiti di velocità e chiusure temporanee di strade.
Che dire poi dei monopattini? Solo qualche anno fa erano l’asso nella manica dei sindaci rossi, che speravano così di sconfiggere il traffico, non rendendosi conto che l’auto in città la usano soprattutto persone anziane o genitori per esigenze famigliari. Parigi gli ha messi fuorilegge perché insicuri, visto che sfrecciando silenziosi e poco visibili nel buio sono stati coinvolti in svariati incidenti, anche mortali, e perché gestiti in modo anarchico e spesso abbandonati per strada, con intralcio a traffico e pedoni, hanno aumentato il degrado urbano. Si attende che anche i sindaci nostrani lo capiscano, ma forse difettano di pragmatismo, o hanno gli occhi accecati da fette di ideologia.
Fonte: LiberoQuotidiano – Pietro Senaldi – 16 Marzo 2026
COMMENTO
Roma si inchina a un’ossessione: il limite di 30 km/h sulle strade cittadine. Quello che dovrebbe essere un provvedimento per la sicurezza rischia di diventare un incubo quotidiano per chi lavora e vive la città. Code interminabili, continui controlli e sanzioni fanno più rumore di qualsiasi campagna sulla sicurezza stradale. L’amministrazione sembra non rendersi conto che il traffico non si elimina con i numeri sulla segnaletica. La libertà di muoversi, già limitata dal caos romano, viene ora strangolata da norme che appaiono scollegate dalla realtà. Chi promette protezione dei cittadini finisce per penalizzarli, trasformando la città in un labirinto frustrante. È curioso come siano proprio coloro che sulla carta si definiscono “difensori del popolo” a rendere la vita più difficile ai cittadini e lavoratori. Tra ideologia e realtà quotidiana, la bilancia pende decisamente a favore del dogma. Se Roma vuole sicurezza, servono scelte intelligenti, non punizioni collettive. Altrimenti, rischiamo di celebrare la lentezza come virtù, mentre la città si ferma e i romani arrancano. Val. In.
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