Goffredo Mameli ed i “Fratelli” di loggia (massonica) - Italiador
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Goffredo Mameli ed i “Fratelli” di loggia (massonica)

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Pubblichiamo una vecchia recensione di don Ugo Carandino al libro “Fratelli d’Italia. La vera storia dell’inno di Mameli” scritta da Tarquino Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo, Piero Giordana tratta dal n. 55 della rivista Sodalitium (dicembre 2002)

Fratelli d’Italia

[…Omissis] L’opera di Mameli venne scelta come inno nazionale dopo il cambio istituzionale del 1946; l’inno, a differenza della bandiera tricolore, non è citato nella Costituzione, in quanto fu adottato con una decisione di carattere provvisorio che perdura tuttora (divenne inno ufficiale con la legge n. 181 del 4.12.2017).

Il “poeta con la sciabola” (Goffredo Mameli) apparteneva ad un’altolocata famiglia genovese. Gotifredo (questo era il suo vero nome) nacque a Genova, il 5 Settembre 1827, da Giorgio Mameli, alto ufficiale della Marina Sarda e dalla nobildonna Adelaide Zoagli, appartenente ad una famiglia aristocratica che aveva dato alla Repubblica di Genova tre dogi e due consoli.

Grazie ai suoi illustri natali, Goffredo riesce dunque ad evitare la chiamata alla leva per assicurare ai patrioti le sue produzioni poetiche. La sua prima opera, L’alba, è del 1846, e subito dopo, nell’ode Roma mostra i sentimenti di profonda avversione che nutriva per il Papato: “Ove del mondo i Cesari/ ebbero un dì l’impero/ e i sacerdoti tennero/ schiavo l’uman pensiero…”.

“Come poeta, aveva decisamente la mano facile” assicurano gli Autori (del libro), indicando un lungo elenco di inni, odi, poesie, sonetti composti da Mameli in giovane età. Oltre all’amore per la causa nazionale, il cuore di Mameli conosce l’amore di alcune fanciulle: da qui la stesura di versi che potrebbero rafforzare certi giudizi sulle sue qualità letterarie: “La tua statura è simile alla palma/ e le tue mammelle a dei grappoli d’uva…”. Per giustificare l’ardita composizione, gli Autori (del libro) si affrettano a riferire di una confidenza fatta dal Nostro a un amico: “Temo la caduta nel sentimentale e nel platonico, i miei eternamente acerrimi nemici”.

Nel 1847 Mameli entra a far parte di un club mazziniano, dove inizia la sua amicizia con Nino Bixio. Nel Marzo 1848, dopo i fatti di Milano, per Mameli “giunse il momento di deporre la penna e impugnare la spada”, per mettersi a fare il “combattente in proprio” agli ordini dell’amico Bixio; però queste bande rivoluzionarie erano mal viste dallo Stato Maggiore dell’Esercito Sardo.

Dopo l’umiliante sconfitta di Custoza, Mameli ritorna a Genova e le meraviglie continuano, poiché “il poeta-patriota parve nondimeno possedere il dono dell’ubiquità. Era in movimento perpetuo”. In quel periodo avviene “un incontro entusiasmante, quello con Giuseppe Garibaldi”: tra i due eroi nasce un legane di “ammirazione, fiducia, complicità, amicizia”.

Intanto a Roma gli eventi precipitano, la residenza papale del Quirinale è presa d’assalto, il Papa Pio IX (appartenente alla categoria di coloro che, secondo Mameli, “tennero schiavo l’uman pensiero”) è costretto a trasferirsi a Gaeta. È l’inizio della Repubblica Romana, periodo in cui si registrarono ripetuti atti sacrileghi nelle chiese dell’Urbe e numerose violenze contro il clero. Il fanatismo mazziniano prende il potere e in questo frangente “Mameli si precipitò a Roma”.

Intanto“dal suo rifugio borbonico Pio IX preparava la riscossa e la vendetta” (sic!). La traballante Repubblica Romana sta per cadere, e Mameli, nella primavera del 1849, partecipa a degli scontri nei dintorni di Roma. E qui si consuma, almeno in parte, la… vendetta papalina: “perse il cavallo e una notte gli rubarono il mantello”. Sembrerebbe un episodio marginale, in realtà il fisico del poeta-combattente ne soffre: “perché le notti umide trascorse all’addiaccio gli minarono il fisico e lo resero febbricitante”.

Bixio, in una lettera, parla di un suo incontro con Mameli il quale, benché sofferente, intende proseguire il suo combattimento contro il Papato.

Il 3 Giugno partecipa a uno scontro dove è ferito a morte. La ferita fatale non ha risvolti particolarmente eroici, in quanto “Mameli fu raggiunto per sbaglio da una pallottola amica; secondo un’altra [versione], a colpirlo fu invece la baionetta di uno dei suoi, un bersagliere poco pratico di quell’arma”. Sulle prime la ferita non sembra preoccupante; viene trasportato all’ospedale della Trinità dei Pellegrini (è da ricordare che la Roma di Pio IX possedeva un ospedale ogni 9.000 abitanti, mentre la Londra antipapista uno ogni 40.000), dove però le condizioni peggiorano e “Mazzini andava a trovarlo più volte al giorno”.

Sul letto di morte compone i suoi ultimi versi, tristi come il volto del suo Maestro: “Come l’astro morente arde e balena/ ferve l’anima mia rinvigorita/ nel bacio della morte./ Addio, per sempre addio,/ sogni d’amor di gloria./ Addio mio suol natio./ Addio diletta all’anima/ del giovane cantor”, con riferimento ad un amore non corrisposto con Adele, una giovane veneziana conosciuta a Roma. Il 19 Giugno si procede all’amputazione di una gamba: ma l’intervento non è sufficiente per fermare la cancrena e Goffredo entra in agonia. Anche la Repubblica Romana è ormai moribonda: il 3 Luglio Mazzini e i suoi discepoli scappano dalla città, che le truppe francesi riconsegnano al legittimo sovrano.

Mameli giace in ospedale abbandonato dai suoi, assistito solamente da Adele, che non gli nega l’estremo aiuto. Gli Autori non riferiscono se i Padri Barnabiti, che assicuravano l’assistenza nell’ospedale, riuscirono a confessare Mameli, abiurare l’appartenenza alla massoneria e riconciliarlo con Dio. Il Nostro muore il 6 Luglio 1849, a ventidue anni non ancora compiuti: nello stesso giorno a Torino, viene pubblicato un decreto che vieta l’ingresso nel Regno di Sardegna ai volontari della Repubblica Romana e in particolare a quattro personaggi: Mazzini, Garibaldi, Bixio e Mameli.

Il corpo di Mameli viene sepolto provvisoriamente in una chiesa vicina all’ospedale; nel 1872 è riesumato e trasportato al Verano. Nel 1940 il governo italiano dell’epoca, che intendeva esaltare gli eroi del Risorgimento, lo fa traslare al Vittoriano e l’anno seguente, nel 1941, all’ossario del Gianicolo, dove riposa accanto ad altri protagonisti della Repubblica Romana.

Il libro rappresenta un’occasione mancata [Omissis…] da sottolineare il silenzio assoluto sul ruolo della Massoneria nelle vicende risorgimentali e nella vita di Mameli, poiché anche il Nostro, come già accennato, era iscritto alla setta, e questo spiega la sua avversione nei confronti del Cattolicesimo.

Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, nel novembre 2017, quando “Il canto degli italiani” divenne l’inno ufficiale della repubblica italiana, lo ha affermato esplicitamente: “Ora ci sentiamo ancor di più Fratelli d’Italia e canteremo l’inno orgogliosamente, come abbiamo sempre fatto, durante le nostre tornate rituali e le manifestazioni pubbliche”. “Per noi, Fratelli d’Italia, al di là delle questioni burocratiche, è stato sempre l’inno che abbiamo portato impresso nel cuore e nella mente, perché in esso c’è la storia d’Italia e del Risorgimento che sfociò nell’Unita’. Scritto dal massone Goffredo Mameli e musicato dal fratello Michele Novaro, esso fa vibrare da sempre l’animo dei liberi muratori e dei cittadini italiani”.

[Omissis…] don Ugo Carandino

Fonte: Centro Studi Giuseppe Federici – 15 febbraio 2024


COMMENTO
La massoneria, nel Risorgimento italiano, rivestì un ruolo cruciale, fungendo da rete sotterranea con l’obiettivo comune: l’indipendenza e l’unità nazionale. Nonostante la natura segreta delle logge, la sua influenza fu determinante, soprattutto nei momenti di crisi. I massoni, spesso con legami internazionali, rappresentavano una forza di coesione tra diverse anime politiche e sociali, superando le divisioni tra monarchici, repubblicani e liberali. La massoneria non fu esente da ambiguità. Se da un lato promuoveva ideali di libertà e progresso, dall’altro la sua azione appariva talvolta più opportunistica, legata a interessi elitari e talora in contrasto con le reali necessità popolari.

Chi traeva benefici e vantaggi dall’unificazione dell’Italia
L’unificazione dell’Italia, pur essendo stato un obiettivo condiviso da molti patrioti e movimenti, portò benefici principalmente a determinate classi sociali, gruppi politici e potenze estere, mentre altre ne pagarono il prezzo.
– La borghesia e i ceti elevati: L’unificazione rappresentò un enorme vantaggio per la borghesia industriale e commerciale, che poté finalmente operare in un mercato nazionale unificato. Le nuove leggi fiscali, il sistema di infrastrutture e il nascente mercato interno favorirono i grandi capitalisti e imprenditori, permettendo loro di espandere i loro affari su scala nazionale. Inoltre, la classe dirigente emergente nel nuovo Regno d’Italia, inclusi molti massoni e liberali, trasse vantaggio dall’instaurarsi di un sistema centralizzato.
– Le élite politiche e militari: I leader politici, come Cavour, e i generali che avevano sostenuto il movimento risorgimentale guadagnarono potere e prestigio nell’Italia unita. Il Piemonte, che guidò l’unificazione, ottenne il predominio politico, mentre la famiglia Savoia divenne la dinastia al potere, beneficiando enormemente della creazione del Regno d’Italia.
– Le potenze straniere (Francia, Inghilterra): Sebbene la Francia avesse interessi particolari legati all’alleanza con il Piemonte (soprattutto contro l’Austria), l’Italia unita offriva anche vantaggi geopolitici. La Francia, per esempio, si liberò dalla minaccia austriaca nel Nord Italia, mentre l’Inghilterra, pur restando relativamente distante dalle vicende italiane, vedeva nell’unità italiana un baluardo contro l’espansione della potenza austriaca e spagnola in Europa.
– I contadini e la popolazione meridionale: Sebbene l’unità rappresentasse un ideale di progresso e libertà, per i ceti più poveri, in particolare nel Sud, l’unificazione non comportò vantaggi immediati. Anzi, la “questione meridionale” evidenziò il divario crescente tra Nord e Sud, con il Sud che, anziché beneficiare del nuovo stato unitario, si ritrovò a subire un’accelerazione dei suoi problemi economici e sociali. La riforma agraria promessa, in gran parte, rimase una chimera, e molti contadini del Sud si trovarono ulteriormente oppressi da un sistema fiscale più centralizzato e oneroso.
In sintesi, i principali beneficiari furono le élite politiche e borghesi, mentre il Sud Italia, le classi più povere e le aree rurali subirono i costi economici e sociali dell’unificazione. Val. In.

P.S. Ogni volta che cantiamo l’inno nazionale “Fratelli d’Italia” ci rivolgiamo implicitamente ai “fratelli massoni” come a ribadire che: noi appoggiamo e facciamo parte dei circoli massoni.

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