C’è stato un tempo in cui il giornalismo italiano faceva domande scomode al potere. Oggi, troppo spesso, si limita a ripeterne il vocabolario. Non per convinzione, ma per conformismo. Per paura di uscire dal perimetro del “sistema”. Il risultato è una stampa che, pur di restare allineata, è disposta a sostenere e diffondere aberrazioni linguistiche elevate a dogma ideologico, rinunciando a ogni spirito critico.
Il caso più emblematico è la crociata sul linguaggio di genere, esplosa con particolare forza negli anni in cui Laura Boldrini ha imposto il tema nell’agenda politica e mediatica. Da quel momento, una questione linguistica è stata trasformata in una battaglia simbolica, combattuta a colpi di forzature lessicali, imposizioni morali e accuse di arretratezza culturale rivolte a chiunque osasse dissentire.
Il problema non è discutere l’evoluzione della lingua – che per definizione cambia nel tempo – ma pretendere di modificarla per decreto ideologico, ignorando grammatica, uso reale e buon senso. Eppure, gran parte dei giornalisti ha scelto di adeguarsi senza fiatare, adottando formule innaturali, artificiose, spesso ridicole, non perché convincenti, ma perché apparentemente politicamente corrette. Non informazione, ma obbedienza.
In questo contesto, il giornalismo ha smesso di fare il suo mestiere. Non ha chiesto se queste trasformazioni avessero senso, se fossero condivise, se risolvessero problemi reali. Ha semplicemente seguito la corrente, trasformandosi in megafono del potere culturale dominante, quello che decide cosa è dicibile e cosa no. Chi si adegua è virtuoso, chi dissente viene etichettato.
La responsabilità non è solo politica, ma profondamente culturale. Una parte dell’intellettualità di sinistra ha fatto del linguaggio un campo di battaglia identitario, sostituendo il confronto sui contenuti con una sorveglianza ossessiva delle parole. E i giornalisti, mentalmente corrotti, invece di difendere la libertà del discorso e la complessità della lingua, hanno preferito la strada più comoda: assecondare, imitare, normalizzare.
Così il dibattito pubblico si è impoverito. Mentre il Paese affronta crisi economiche, sociali e istituzionali, una parte dell’informazione si concentra su titoli declinati, asterischi, desinenze, come se la realtà potesse essere corretta riscrivendo le etichette. È il trionfo della forma sul contenuto, dell’ideologia sulla funzione.
Un giornalismo senza spina dorsale non è un dettaglio: è un problema democratico. Perché quando chi dovrebbe fare cronaca finisce per parlarne la lingua storpiata, il confine tra informazione e propaganda diventa pericolosamente sottile. E a pagare il prezzo non è la grammatica, ma la credibilità stessa della stampa. Val. In.
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