AGI – Fabrizio Corona minacciato ed aggredito a Milano. “Dacci 500 Euro o facciamo del male a te e alla tua famiglia”. Di fronte alla richiesta l’ex re dei paparazzi ha deciso di presentarsi in Questura a Milano per denunciare due giovani che lo avevano esortato con toni minacciosi a tirare fuori il denaro chiamandolo al telefono via chat.
Corona mostra i messaggi alla polizia
I messaggi sono stati mostrati da Corona agli agenti che con due volanti, pronte a intervenire, lo hanno accompagnato in via Noé, zona Città Studi, dove Corona aveva appuntamento coi ragazzi. La vicenda, accaduta nella notte tra il 3 e il 4 settembre, è stata raccontata da ‘Repubblica’ e ‘Giorno’, e viene confermata all’AGI dall’avvocato Ivano Chiesa. “Fabrizio mi ha avvertito, non so di più” spiega lo ‘storico’ legale del conduttore di ‘Falsissimo’.
I giovani aggressori armati di catene
Alla Range Rover guidata da Corona si sono avvicinati due giovani armati di catene. Uno dei due è riuscito a scappare, l’altro, figlio di un giornalista televisivo, è stato bloccato dai poliziotti che gli hanno trovato in tasca dello spray al peperoncino.
La denuncia per tentata estorsione
Dai documenti è emerso che era proprio lui l’autore dei messaggi. Il ragazzo è stato denunciato per tentata estorsione e danneggiamento aggravato. [Omissis…]
Fonte: AGI – Manuela D’Alessandro – 05 Settembre 2026
COMMENTO
La vicenda di Fabrizio Corona, minacciato e aggredito a Milano, solleva una domanda che va ben oltre l’episodio di cronaca.
Se davvero gli aggressori hanno chiesto 500 euro minacciando lui e la sua famiglia, siamo di fronte a un fatto gravissimo, sul quale occorre fare piena chiarezza.
Ancora più inquietante è il fatto che uno dei due giovani, secondo quanto riportato, sia figlio di un giornalista televisivo.
Perché il suo nome non è stato reso pubblico, mentre in casi analoghi l’identità degli indagati finisce rapidamente sotto i riflettori?
È una normale tutela della privacy prevista dalla legge oppure esiste, in questo caso, una cautela particolare?
E soprattutto: il fatto che il padre appartenga al mondo dell’informazione può aver influito, anche solo indirettamente, sul modo in cui la vicenda è stata raccontata?
Non servono insinuazioni, servono risposte, trasparenza e gli stessi criteri per tutti.
La stampa non può chiedere alla società di fidarsi dell’informazione e poi essere reticente quando gli interrogativi riguardano il proprio ambiente.
Se esiste una ragione legittima per non pubblicare quel nome, sarebbe doveroso spiegarla con chiarezza.
Perché il vero tema, alla fine, non è il cognome dell’aggressore: è capire se davanti alla legge e all’informazione siamo davvero tutti uguali. Val. In.
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