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Commercio (a Roma) ottomila abusivi per strada: affari per 2,3 miliardi di Euro

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L’abusivismo commerciale resta la vera piaga da estirpare per il commercio capitolino, con circa 2,3 miliardi di Euro di merce contraffatta solo nel 2025. Bancarelle improvvisate su strada, venditori ambulanti che agiscono nelle vie dove c’è continuo passaggio di turisti. Un dato impressionante, stimato da Confesercenti di Roma e Lazio, che è tra le cause della chiusura dei negozi e che dilaga: per ogni vetrina che si illumina ce ne sono, infatti, altre tre che si spengono e così, soltanto l’anno scorso, circa duemila esercizi commerciali su strada hanno chiuso i battenti. Di contro, e questa è la seconda piaga per il commercio della Capitale, l’e-commerce domina e diventa la principale fonte di acquisto dei romani, con circa 100 milioni di pacchi consegnati solo lo scorso anno, vale a dire il 10% del miliardo che si registra a livello nazionale.

Un numero calcolato su una popolazione «attiva» di potenziali acquirenti di oltre due milioni di persone, dai 15 anni in su: uomini, donne, anziani, ragazzi, che compra ormai tutto sul web, dal profumo ai prodotti per la casa, dai generi alimentari a quelli tecnologici, passando ovviamente per abbigliamento, calzature, borse, portafogli, medicinali.  L’assemblea annuale di Confesercenti, che ha rieletto il presidente Valter Giammaria fino al 2030, ha portato ieri al Tempio di Vibia Sabina e Adriano una fotografia dello stato generale del commercio nella Capitale, che è risultata piuttosto drammatica, tra negozi che continuano a chiudere e una desertificazione del Centro alla quale sembra difficile trovare rimedio. E che ha avuto come conseguenza oltre 12 mila locali commerciali sfitti e altri ottomila in tutto il Lazio. Del resto gli affitti, soprattutto in centro storico, continuano a crescere e in alcune aree si arriva a chiedere anche 15 mila euro al mese. «Ma noi commercianti non vendiamo droga», ha sottolineato il presidente di Confesercenti, come per dire che non è possibile far fronte a queste cifre se si fa il venditore di generi alimentari o commerciali vari. 

Ma è l’abusivismo il vero scoglio da superare, con circa ottomila venditori abusivi stimati su strada. Se non ci sarà a breve un’inversione di tendenza, secondo Confesercenti, che ha analizzato la situazione anche a livello nazionale, per molti comuni d’Italia sarà la fine di tanti piccoli negozi e quindi di servizi essenziali per i cittadini. Da qui la proposta rivolta a Regione e Comune: istituire una Zona Economica Speciale (ZES) anche per Roma. Che detta in termini più semplici significa prevedere vantaggi fiscali, come abbattimento dell’Irap o di altre tasse, normativi, amministrativi, a supporto del commercio in determinate aree della città. Ma la Zes può concederla solo il Governo, che già l’ha fatto per alcune regioni dove risulta particolarmente difficile fare impresa: la Regione Lazio può fare però da portavoce e far pervenire la richiesta. «Siamo nel pieno della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare», ha detto Giammaria. Ne servono 50 mila, che si stanno raccogliendo in tutta Italia. 

Fonte: IlTempo – Damiana Verucci – 12 Giugno 2026

COMMENTO
Abusivismo e commercio ambulante: le città italiane devono ritrovare decoro e ordine

L’abusivismo commerciale continua a rappresentare una delle principali criticità per il commercio urbano italiano. Solo a Roma, il fenomeno della contraffazione e della vendita illegale di merci genera un mercato parallelo che vale miliardi di euro, sottraendo risorse all’economia regolare e penalizzando chi opera nel rispetto delle regole.

Nelle aree più frequentate dai turisti e nei centri storici, bancarelle improvvisate e venditori abusivi occupano quotidianamente strade, piazze e luoghi di interesse culturale. Una presenza che, oltre a creare concorrenza sleale, contribuisce al degrado del paesaggio urbano e riduce la percezione di ordine e sicurezza.

Tuttavia, il problema non riguarda soltanto l’abusivismo. Anche il modello di commercio ambulante autorizzato merita una riflessione più ampia. Molte città italiane hanno progressivamente trasformato piazze, marciapiedi e spazi pubblici in mercati permanenti a cielo aperto, sacrificando il decoro urbano e la valorizzazione del patrimonio storico e architettonico.

Nel frattempo, i negozi tradizionali affrontano una crisi sempre più profonda. Tra tasse elevate, burocrazia complessa, costi di gestione in continuo aumento e la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce, migliaia di attività chiudono ogni anno. A ciò si aggiunge la presenza di forme di commercio che, pur essendo autorizzate, spesso beneficiano di costi e vincoli inferiori rispetto a quelli sostenuti dagli esercizi commerciali stabili.

Per rilanciare il commercio di prossimità e restituire maggiore qualità agli spazi urbani, sarebbe opportuno ripensare il ruolo del commercio ambulante nelle città italiane. L’obiettivo dovrebbe essere quello di privilegiare negozi, botteghe e attività integrate nel tessuto urbano, riducendo progressivamente l’occupazione commerciale degli spazi pubblici e contrastando con maggiore efficacia ogni forma di abusivismo.

Le città più belle e attrattive sono quelle che riescono a coniugare vivacità economica, rispetto delle regole e cura dello spazio pubblico. Per questo motivo, il contrasto alla contraffazione e una revisione complessiva del modello di commercio ambulante dovrebbero diventare una priorità per le amministrazioni locali. Val. In.

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