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Autostrade d’oro (per i privati): quando lo Stato incapace si arrende ai profitti

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C’è un filo rosso – anzi, dorato – che lega i miliardi di utili incassati da Autostrade per l’Italia S.p.A. negli ultimi dieci anni e il buco nero della gestione pubblica delle infrastrutture in Italia: la svendita ai privati del bene pubblico. Una storia italiana che comincia negli anni ’90 con la solita scusa della “modernizzazione”, e che oggi mostra il conto: miliardi di profitti per pochi, e ponti che crollano per tutti gli altri.

Nel 1999, lo Stato decise che gestire le autostrade non era più affar suo. Troppo costoso, troppo lento, troppo “pubblico”. Così, in nome dell’efficienza e dei vincoli europei, cedette Autostrade per l’Italia al gruppo Benetton (Atlantia), incassando 5 miliardi e lavandosene le mani. La promessa era chiara: i privati avrebbero gestito meglio, investito di più, e garantito manutenzione e innovazione. La realtà? Una macchina da soldi costruita su pedaggi sempre più alti e manutenzioni sempre più basse.

Tra il 2010 e il 2024, Autostrade ha generato utili annui a tre cifre milionarie, sfiorando e spesso superando il miliardo di Euro l’anno. Un’azienda floridissima. Ma a quale prezzo? Il Ponte Morandi, crollato nel 2018, ha mostrato al mondo il volto nascosto di quelle autostrade “private”: infrastrutture trascurate, controlli carenti, profitti garantiti. Il rischio? Tutto sulle spalle dei cittadini. La rendita? In tasca ai privati.

Il contratto di concessione siglato con lo Stato italiano era un capolavoro… per il concessionario: aumenti automatici dei pedaggi, scarsi poteri di revoca per lo Stato, scarsa trasparenza. In pratica, un monopolio legalizzato: i cittadini pagano per viaggiare su strade spesso senza alternative, mentre i privati incassano. Altro che mercato libero.

E ora la beffa finale. Dopo il disastro di Genova e anni di scandali, lo Stato ha “ripreso parzialmente  il controllo”. Ma come? Comprando a caro prezzo, tramite Cassa Depositi e Prestiti, le quote della stessa Autostrade che aveva regalato vent’anni prima. Pubblico sì, ma con partner privati (Blackstone, Macquarie), in una nuova e poco rassicurante formula pubblico-privata. E nessuna reale discontinuità.

La verità è semplice, e scomoda: gestire le autostrade conviene, ma solo ai privati. Lo Stato ha abdicato al suo ruolo di garante dell’interesse collettivo, trasformando un bene comune in una macchina per estrarre valore da milioni di automobilisti. E quando il giocattolo si rompe, chi paga? Sempre gli stessi: i cittadini.

Forse è il momento di farsi una domanda che in Italia sembra rivoluzionaria: perché un servizio pubblico così redditizio non viene gestito direttamente dallo Stato, a vantaggio dei cittadini? Perché dobbiamo continuare a privatizzare i guadagni e socializzare i rischi?

Le autostrade italiane sono una metafora perfetta del nostro tempo: asfalto e cemento costruiti coi soldi pubblici, mantenuti al minimo dai privati, e pagati due volte da chi li percorre. Prima al casello, poi con le tasse, quando qualcosa va storto. Val. In. (AI)

COMMENTO
Un tempo lo Stato italiano costruiva autostrade. Oggi le ricompra a prezzo pieno, dopo averle svendute. È una specie di inutile boomerang contabile senza alcun senso per i cittadini italiani. Tutto comincia negli anni ’90, l’epoca d’oro in cui ci si convince che lo Stato, per funzionare, debba smettere di esistere. Troppo grasso, troppo lento, troppo pubblico. Soluzione? Privatizzare tutto, dalle autostrade all’acqua, magari anche l’aria, se non fosse così difficile metterle un pedaggio.

Nel 1999 parte il grande gioco: lo Stato vende Autostrade per l’Italia (ASPI) al gruppo Benetton. Incassa 5 miliardi e si toglie il pensiero. I privati, si diceva, avrebbero fatto meglio. Avrebbero investito, modernizzato, gestito con l’efficienza teutonica che la burocrazia romana non poteva permettersi. In effetti sono stati molto efficienti: hanno gestito i pedaggi come una miniera d’oro. Utile netto? In certi anni sopra il miliardo di Euro. Altro che servizio pubblico: un Bancomat con asfalto. Val. In.

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