Cinque poliziotti del commissariato di Anzio-Nettuno, sul litorale sud della Capitale, sono stati arrestati e sospesi con effetto immediato dal servizio con le accuse di peculato e falso: secondo la Procura di Roma avrebbero sottratto circa 20 mila Euro dai sequestri antidroga, fatto sparire parte degli stupefacenti e alterato i verbali per favorire un’organizzazione dedita al traffico di hashish e cocaina. Le misure cautelari in carcere sono state eseguite su ordine del Gip del Tribunale di Roma, mentre il questore Roberto Massucci ha firmato i provvedimenti di sospensione nei confronti dei cinque poliziotti arrestati. L’indagine, coordinata dai pubblici ministeri Lorenzo Del Giudice e Margherita Pinto della Direzione distrettuale antimafia, descrive un presunto sistema di infedeltà istituzionale e asservimento della funzione maturato all’interno degli uffici del commissariato. Per gli investigatori, i cinque avrebbero manipolato gli atti di sequestro, trattenendo denaro contante ritenuto provento dello spaccio e riducendo i quantitativi di droga ufficialmente repertati. Il denaro che sarebbe stato indebitamente incamerato ammonta a circa 20 mila Euro.
Ma le contestazioni vanno oltre la falsificazione documentale. Secondo il Gip, gli indagati avrebbero garantito un “apporto essenziale” alla sopravvivenza di un’associazione criminale impegnata nel trasporto e nella distribuzione di cocaina e hashish, intervenendo soltanto contro i rivali dei propri confidenti e agevolando invece i corrieri ritenuti vicini al gruppo. Tra gli episodi più gravi, contestati dai PM, figurano il mancato sequestro di una partita di 50 chilogrammi di cocaina e il ritardo sul fermo di altri 25 chili della stessa sostanza. In un diverso episodio, uno spacciatore arrestato grazie alle indicazioni di un confidente, colluso con i poliziotti, sarebbe stato convinto a collaborare con gli stessi poliziotti, ottenendo in cambio la possibilità di continuare l’attività di spaccio anche durante la detenzione domiciliare.
L’inchiesta ha preso il via dopo la morte di Arberi Sinomati, trentottenne albanese deceduto il 24 maggio 2025 al termine di un inseguimento nelle campagne tra Anzio e Nettuno. L’uomo, alla guida di una Fiat 500L carica di 25 chili di cocaina suddivisi in 23 panetti, perse il controllo dell’auto e si schiantò contro un palo della luce in via Silvio Spaventa, morendo sul colpo dopo il ribaltamento della vettura. La dinamica di quell’inseguimento, privo di riprese video e di testimoni diretti, ha spinto la Procura di Velletri prima e la Dda della Capitale dopo, ad approfondire il comportamento degli agenti coinvolti. Sulla vicenda è intervenuto anche Edoardo Levantini, presidente del Coordinamento antimafia Anzio Nettuno, che ha definito gli arresti “un fatto gravissimo”, sottolineando la necessità di fare piena luce sui presunti episodi di corruzione per tutelare la credibilità delle forze dell’ordine e il lavoro della maggioranza degli operatori che svolge il proprio servizio nel rispetto della legge.
Fonte: IlTempo – Angela Barbieri – 08 Settembre 2026
COMMENTO
Quando chi deve far rispettare la legge la tradisce
Se le accuse della Procura saranno confermate, siamo davanti a qualcosa di più grave di un semplice reato. Perché chi indossa una divisa non rappresenta soltanto se stesso, ma lo Stato e la fiducia dei cittadini. Cinque poliziotti del commissariato di Anzio-Nettuno sono accusati di peculato e falso, di aver sottratto denaro e droga dai sequestri e manipolato verbali per favorire un’organizzazione criminale. Accuse pesantissime, che dovranno naturalmente essere provate nei successivi gradi di giudizio. Ma se un uomo delle istituzioni diventa complice di chi dovrebbe combattere, il danno è doppio. Non viene colpita soltanto la legge: viene colpita la credibilità dello Stato. Il cittadino onesto, quello che paga le tasse e rispetta le regole, ha il diritto di pretendere rigore assoluto. Perché una divisa non può diventare uno scudo dietro il quale nascondere comportamenti criminali. Anzi, proprio chi esercita un potere pubblico dovrebbe essere sottoposto al massimo livello di responsabilità. Personalmente ritengo che, se le accuse venissero definitivamente confermate, la pena dovrebbe essere particolarmente severa. Non per vendetta, ma perché il tradimento della funzione pubblica moltiplica la gravità del comportamento. Chi ha il compito di far rispettare la legge e deliberatamente la calpesta tradisce anche la fiducia di tutti noi. La divisa deve essere un simbolo di legalità: chi la infanga deve risponderne fino in fondo, senza sconti né privilegi. Val. In.
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