Le parole sono estremamente importanti, questo lo sappiamo tutti. L’uso di un termine piuttosto che di un altro può cambiare il senso di un intero discorso. Ma le parole diventano ancora più importanti, quando al loro posto si usano le etichette.
Le etichette sono micidiali. Sono parole che, in un colpo solo, hanno il potere di descrivere ed insieme di giudicare una persona.
Nei tempi moderni, è stata la CIA la prima a scoprire la potenza devastante delle etichette. Quando, nel 1964, cominciarono a circolare i primi dubbi sull’omicidio Kennedy, qualcuno coniò il termine “conspiracy theorists” (teorici del complotto) per tutti coloro che non credevano alla versione ufficiale del governo americano.
Questa etichetta ebbe un doppio risultato devastante: primo, insinuava una accezione negativa del termine (per cui scoraggiava le “persone perbene” a dubitare della versione ufficiale, per “non fare brutta figura” in pubblico), e secondo – molto più importante – permetteva a chi la utilizzasse di non doversi confrontare sui fatti specifici. In altre parole, usando quel termine, da una parte si gettava discredito sul complottista, e dall’altra si era esentati dal discutere con lui.
Tu dicevi “Ma, secondo me, quel proiettile non poteva fare quella traiettoria”, e l’altro rispondeva “Eccolo qua, il solito complottista. Con te non vale neanche la pena di parlare”. Fine dei discorsi.
L’importanza della doppia valenza di questa etichetta (gettare discredito sull’altro ed evitare di confrontarsi) non potrà mai essere sovrastimata.
Ed infatti, il termine è diventato di uso comune. Oggi il teorico del complotto è, per definizione, persona non degna di attenzione, indipendentemente da quello che abbia da dire.
Addirittura, in certi casi l’etichetta di “complottismo” è stata usata in modo preventivo: non possiamo dimenticare George Bush (imbeccato probabilmente da Dick Cheney) che subito dopo l’11 settembre avvisava il mondo dicendo: “Non tollereremo teorie del complotto sul 9/11”. (Evidentemente, qualcuno sapeva già che le teorie del complotto sarebbero circolate in abbondanza).
Ma non è solo “complottismo”. Una volta capita l’importanza dell’etichettatura, questo sistema si rivela utile per tutte le stagioni.
Durante il Covid è nata l’etichetta di “no-vax”, da applicare indiscriminatamente a chiunque si opponesse alle vaccinazioni obbligatorie. Il sottinteso (la valenza negativa del termine) era che costoro fossero automaticamente “contro la scienza”, quindi a) pericolosi per la società, e b) degni di disprezzo e di emarginazione sociale.
Poi durante la guerra in Ucraina è nato il termine “putiniano”. Anche in questo caso, chiunque contestasse la narrazione ufficiale di “invaso e invasore” veniva additato automaticamente come “amico di Putin”. Il sottinteso (la valenza negativa del termine) era che costoro fossero implicitamente contro la libertà e la democrazia, di cui l’occidente sarebbe l’unico degno rappresentante.
E ora tocca alla questione di Israele. Come sappiamo, l’utilizzo politico dell’etichetta “antisemita” è ormai diventato universale. Chiunque osi contestare Israele si becca dell’antisemita. Questo trucco ha funzionato per oltre cento anni, ma ora che la questione palestinese è tornata alla ribalta, chi critica Israele ci tiene a sottolineare che “non è avverso agli ebrei in quanto tali, ma critica soltanto le politiche sioniste del suo governo”. Egli è quindi, secondo chi fa queste critiche, un anti-sionista, ma non necessariamente un anti-semita.
Questa distinzione ha improvvisamente bagnato le polveri dei sionisti nel pubblico dibattito, perché ora non possono più dare genericamente dell’antisemita a chi li critica, a costo di sentirsi rispondere “io non sono antisemita, sono solo anti-sionista”.
Provate ad immaginare la disperazione di coloro che erano abituati ad usare costantemente il termine “antisemita” per zittire chiunque li criticasse, e che ora non possono più farlo, perché è stata chiarita la distinzione con anti-sionista.
Da qui nasce – e qui sta il punto di tutto l’articolo – la necessità da parte dei sionisti di confondere le acque, sfumando i confini fra i due termini, in modo da poter assimilare il primo al secondo, e poter tornare ad usare l’etichettatura come arma universale contro ogni critica.
Il primo a farlo fu, non a caso, Paolo Mieli, che già un anno fa, in una trasmissione dalla Gruber, cercò di confondere i due termini: con la sua classica nonchalance, fingendo di buttare là un pensierino qualunque, disse: “in fondo chi è antisionista è anche antisemita”.
Ci aveva visto lungo, il caro Mieli: oggi questa necessità di confondere le acque, “blurrando” i confini fra i due termini, si è resa palese quando il deputato PD Del Rio (manovrato chissà da chi?) ha presentato una proposta di legge che intendeva, nella sostanza, equiparare antisemitismo e antisionismo. Se questa proposta fosse diventata legge, ogni critica alle politiche di Israele sarebbe automaticamente ricaduta sotto la definizione di antisemitismo, e quindi di “odio razziale”, e quindi punibile per legge.
Fortunatamente la sua proposta è caduta nel nulla, nel senso che la stessa sinistra che lui intendeva cooptare si è resa conto della censura sfacciata che avrebbe comportato.
Ma la battaglia è soltanto iniziata. In futuro – ne potete star certi – il tema verrà riproposto, fino a diventare un ritornello a reti unificate. Ci saranno altri servitori di Sion, dopo Del Rio, che si presteranno a fare loro questa proposta di assimilazione fra i due termini, con l’intento palese di ridurre a zero qualunque critica ad Israele.
Starà a noi – a ciascuno di noi – combattere perché il vocabolario non venga violentato per l’ennesima volta dai padroni del discorso, che cercano sempre di fare delle parole l’arma più tagliente ed efficace che sia mai esistita sulla faccia della terra.
Fonte: LuogoComune – Massimo Mazzucco – 16 Dicembre 2025
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